“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione. Oggi, ad 800 anni dalla sua morte terrena, san Francesco ripropone tale sfida: che cosa pensiamo della morte? Come l’affrontiamo? Come ci prendiamo cura di chi sta per finire i suoi giorni? Interrogativi che trovano senso nell’ampio orizzonte con cui guardiamo alla vita.
Da questo paradosso fecondo trae linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, che si terrà a Santa Maria degli Angeli dal 19 al 22 marzo, patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI, e si intreccerà con un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura. Il percorso riflessivo si snoderà attraverso quattro panel fondamentali: morte, infirmitate, tribulatione e cura, perché ‘siamo nati e non moriremo più’ con l’obiettivo di un messaggio di speranza che sappia abitare la ‘tribulatione’ con la forza della fraternità.
Al direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte:
“San Francesco chiama sorella la morte, perché ha stabilito un rapporto con la vita terrena, ma soprattutto con la vita eterna, cioè con la seconda parte della nostra vita. Quindi per lui la morte non è la fine di qualcosa, in quanto è un punto di passaggio verso una vita migliore, che è la vita eterna. Questo significa che la morte non fa paura ed in qualche modo mi accompagna: quella di san Francesco è una visione di forte fede”.
Ma la morte può essere considerata ‘sorella’?
“Ci facciamo questa domanda in base a come consideriamo la vita. Se per noi le scelte che facciamo in questa terra sono ‘tutto’ ed esaudiscono la nostra esistenza, allora la morte non può essere ‘sorella’, perché essa sarebbe quell’evento che conclude la nostra esistenza terrena. La morte diventa sorella nel momento in cui consideriamo la nostra vita, quella che viviamo sulla terra, come prima parte di una vita che sarà ancora più bella dopo”.
E’ possibile non ‘morire’ più?
“E’ possibile per chi crede e per coloro che non abbassano lo sguardo soltanto sulla vita terrena, ma alzano lo sguardo anche verso la vita eterna. Quando moriamo viviamo un rito di passaggio da questa vita a quella successiva. Chi rimane nella vita terrena continua a perpetuare un ricordo che tiene in vita i propri corpi; invece la persona che ha effettuato il passaggio verso la vita eterna non morirà più perché la promessa fatta da Gesù a ciascuno di noi è quella di un posto nell’altra vita”.
Oggi, allora, quale narrazione della morte è necessaria?
“Oggi viviamo una specie di schizofrenia, perché da una parte neghiamo la sofferenza e la morte, come segnala il filosofo coreano Byung-Chul Han il quale afferma che abbiamo costruito una società senza dolore: quindi ci neghiamo l’esperienza del dolore e della morte. Dall’altra parte abbiamo un’esposizione mediatica continua della violenza, che ci disorienta completamente. Invece la narrazione, di cui abbiamo veramente bisogno oggi, è una narrazione reale, che ci dica che la morte appartiene ad un percorso di vita ed essa è un rito di passaggio verso la vita eterna; infine la sofferenza e la malattia non sono una disgrazia ed una condanna, ma un’espressione della fragilità dell’uomo. Quindi, in questo senso, accogliamo la nostra vita e quello che verrà dopo”.
In quale modo è possibile accompagnare verso la morte?
“Credo che chi vive una malattia od una sofferenza e va verso la fine della vita terrena, chiede davvero una cosa: di avere a fianco qualcuno, perché la condanna peggiore di chi sta morendo è la solitudine. La risposta a tale domanda è quella prossimità, che chiede anche il passo evangelico del ‘buon Samaritano’ per non abbandonare in questo passaggio chi sta per morire attraverso una vicinanza, che racconta di relazione”.
Quindi l’eutanasia è un pretesto per negare la morte?
“L’eutanasia è una condizione, per cui voglio dominare la mia esistenza: in qualche modo voglio decidere io quale sarà il momento della mia morte. Nel rispetto di chi vive una condizione di sofferenza e di chi non considera più sostenibile la propria vita, dobbiamo considerare che non c’è una padronanza dell’uomo sulla vita. È una forma di rispetto che va mantenuta. Nel caso in cui la mia esistenza non fosse più compatibile in questa terra «desidero morire», perché per me non è più sopportabile questa esistenza. Noi non siamo nelle condizioni di sofferenti, quindi è molto difficile esprimere quale sia il pensiero ‘giusto’, perché non sono in quella condizione. Considero per mia scelta il rispetto della vita la dimensione fondamentale della società; quindi la cultura della morte non mi appartiene”.
Testo e foto: ACI Stampa






