Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
O ammirando, o stupendo Dio, tutto mare di miele e di dolcezze voi siete per chi fedelmente vi serve e vi ama. Sotto questo amore l’anima è posta in un mare di miele, essendo prima posta in un mare di fiele (II 519).
Da secoli, presso tanti popoli, si è fatto uso del miele come dolcificante, e sono stati scritti dei trattati sull’allevamento delle api (Aristotele, Virgilio, Plinio il Vecchio). Anche dopo l’avvento dello zucchero questo prodotto rimane molto apprezzato e utilizzato in tante ricette. Il nostro beato ne descrive indirettamente le qualità, quando più volte dice che le parole di Dio sono miele, anzi più dolci del miele, e da lui escono fiumi di miele.
«O amore del mio Dio, quanto sei caro, dolce, desiderabile, colmo, pieno di miele, di balsamo, a chi però ti segue! E chi già mai potrà raccontare gli effetti che causa quest’amore del nostro Dio nelle anime dei poveri mortali!» (II 311). «Oh quanti servi e amici di Dio, gustando questo celeste cibo [l’eucaristia], si leccavano le labbra come se le avessero immelate e inzuccherate!» (I 213). Parla Dio: «Essendo io sommo bene, vedono in me questo bene e dalla vista mia nascono fiumi di miele: e inondo con la grazia mia i miei servi e amici» (II 330); «E me contemplano stando ai raggi del mio amore, e per la continua presenza che hanno di me, gli rendo sommo diletto e insieme gusto e contento. E da questa mia presenza godono un mare di miele, e con questa dolcezza operano opere di grande maraviglia» (II 328). «Quest’amato è dolce sopra il miele e favo e tant’è dolce e soave quant’è grande l’amore, perché l’amore è il condimento della perfezione» (II 554).
«O beata sapienza! Venite ora, o cristiani, che il vostro Dio vi fa un caro invito; e chi non dovrebbe correre per una sì cara via composta di miele, di dolcezze?» (II 225). «E tanta soavità trova in esso Dio che per niun modo può da lui esser separato, mercé che ha trovato tanta dolcezza in esso Dio che è appunto come un fonte chiaro: così l’anima amante, avendo trovato il suo Dio, lo gusta e in esso si riposa, cavando non acqua chiara ma miele dolcissimo, soavissimo» (II 226). «Queste saette [d’amore] sono immelate perché escono da Dio che è un mare di miele e di dolcezza; questa dolcezza apporta all’anima prontezza, agilità, mondezza nell’operare, perché opera con alto fine» (III 241). «L’amor retto, santo non sopporta separazione dall’amato. Questo amato Cristo è dolce più del favo di miele» (IV 210). «E per unirsi a Dio dobbiamo disunirci da noi stessi. Fratello caro, il tutto è pazzia, fuori che temere e amare questo immelato Cristo, il quale vorrebbe immelare le vostre labbra» (IV 174). «Oh, quanto avrà giovato all’anima sua l’aver sprezzato gli sposi terreni e le delizie terrene per lo Sposo celeste e delizie del cielo. Gustate pure, Madama Serenissima, questo Sposo tutto immelato» (IV 149).





