Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Iddio gli rivelò [a Giuseppe] che dovesse far voto di castità, e non fu cosa difficile a questo santo in far questa offerta a Dio della sua purità, perché tutto il tempo della vita sua l’aveva osservata e desiderava di osservarla (I 140).
Oltre a un’offerta di lavoro, comunemente pensiamo a una libera donazione destinata a chi ne ha bisogno: per un povero, in chiesa durante la santa messa, per opere di beneficenza. Purtroppo c’è sempre qualcuno che “fa gli affari suoi”, per cui anche la persona benintenzionata può restare perplessa. Ora qui troviamo offerte di beni materiali, ma anche di “beni spirituali”, come preghiere e sacrifici donati a Dio, e anche offerte di se stessi o di qualcosa di strettamente personale, come la castità.
«La maestà divina aveva in Gerusalemme un tempio ove erano offerte fanciulle a Dio: volle Dio che questa celeste verginella [Maria] fosse dedicata al tempio» (II 598), «Aveva ricevuto la gran Madre del re del cielo i tesori dai Magi offerti, e tra se stessa pensava quello che doveva fare con quelle ricchezze […]. Onde comandò al santo Giuseppe che pigliasse quei tesori e che andasse in Betlemme e cercasse gli ospitali e luoghi pii, e dispensasse quelle ricchezze, e che ne riservasse una particella per portare e offrire al tempio in Gerusalemme» (I 358-359); «e venuto il tempo per purificarsi, come la legge comandava, portò la sua offerta al tempio» (I 167).
«Questa nostra madre [chiesa] offre a Dio prezzo infinito, che è lo stesso Dio, e la morte e passione sua. E così Dio, vedendo un pagamento tanto grande, riceve l’offerta fattagli da questa nostra madre, e libera, suffraga, consola quelle anime [del purgatorio], liberandone parte, ad altre diminuendo il tempo, altre consolando, non restando anima che non riceva il suo conforto e aiuto» (II 279); le quali anime «appariscono a religiosi, a parenti e amici, così permettendo Dio, acciò manifestino le loro pene e sia offerto il sacrificio della messa o siano fatte orazioni ed elemosine per satisfazione delle colpe loro» (III 103-104).
«Ad altro non attenderà [l’anima] che a innamoramenti, a colloqui […] e si unirà con Dio con tanti desideri, offerte, doni che sarà cosa meravigliosa. E se parerà forse difficile a capire questi miei scritti, quando sarai arrivata a questo grado allora non solo m’intenderai, ma molto più capirai» (II 584). «E come mie care spose non avevano l’occhio a premio, a gloria, a comodi, ma solo rimiravano in me; e a queste mie spose, se io gli avessi offerto scettri, corone e anco la gloria del paradiso, avrebbero sprezzato, rinunziato tutte le cose per avere a goder me, suo Dio, ancorché avessero da godere me in croce, in pene, in tormenti» (II 327).
«O celeste regina, io mi rendo a voi perpetuamente in anima e in corpo, in spirito e volontà, pregandovi a ricevere l’offerta di me poverello. E se l’offerta che io di cuore offro è povera e vile, arricchitela voi, o santa mia, con le ricchezze che cadono dalla mensa del gran re vostro figliuolo, mio Signore Gesù Cristo, pregandovi a ottenermi luogo nella sua corte, acciò possa servirlo e amarlo in compagnia dei santi e sante in quella celeste corte» (II 483).





