“Gaza ha bisogno di essere ricostruita totalmente, non soltanto nelle infrastrutture, ma soprattutto bisogna ricostruire il senso di comunità, di appartenenza, di vita, di vita sociale. È tutto da ricostruire. Però non è un futuro che gli possiamo negare: abbiamo bisogno di garantirglielo e di promettergli di fare di tutto per renderlo possibile”. Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, a margine della cerimonia per il dottorato honoris causa in diritti umani che gli è stato conferito.
“Mi sono chiesto cosa ho fatto di speciale per meritarmelo – ha aggiunto – però credo che, al di là della mia persona, sia forse un riconoscimento per le tante persone che, ancora oggi, in Israele, Palestina, Gaza, Cisgiordania, ovunque, insomma, si impegnano per salvare l’umanità, per tenere vivo l’incontro e per tenere viva una voce di amicizia, di rispetto, insomma di vita dentro quella situazione”.
Parlando di un mondo sempre più punteggiato di conflitti ha detto: “Credo che ci sia bisogno di uno sguardo, in un’università si direbbe interdisciplinare. Cioè, la pace ha bisogno di uno sguardo, di un’azione politica, ma anche religiosa, nell’economia, nella cultura, nelle relazioni sociali. Bisogna fare un lavoro di insieme. Un fallimento che abbiamo avuto in questo periodo è proprio questo: non si è lavorato insieme con lo stesso obiettivo, ciascuno aveva obiettivi o orientamenti diversi. Quindi è necessario creare questo contesto, innanzitutto culturale, nel linguaggio, nel modo di porsi verso l’altro, dove l’altro resta un essere umano. E salvare la sua umanità significa anche salvare la mia umanità”.
La Chiesa, con Papa Leone, invoca continuamente la pace ma, è stato chiesto a Pizzaballa, sembra una voce inascoltata: “Questo non significa che non si debba farlo comunque. Noi dobbiamo parlare, dobbiamo dire quello che riteniamo sia giusto dire, essere una voce chiara, onesta, rispettosa ma libera dentro questa situazione. E poi ciascuno, secondo la sua coscienza, accoglierà. E quello che sta accadendo in Terra Santa, in Medio Oriente, è un po’ un paradigma di quello che sta accadendo in tante parti del mondo, dove la paura determina anche le scelte che si fanno. Ecco, parlare di pace allora significa parlare di desiderio di bene per tutti e lavorare per il bene comune, che va oltre gli interessi personali e che supera anche le paure dell’altro, che ci chiudono in enclave, uno contro l’altro. Non è semplice, però bisogna farlo”.






