Palazzo del Principe. Il nome della residenza ufficiale dei Reali del principato di Monaco evoca un incanto fiabesco, cristallizzato nei suoi Grandi Appartamenti sublimati da nobili arazzi, antichi dipinti e affreschi rinascimentali. Volgendogli meglio lo sguardo, tuttavia — staccandolo per un istante da Papa Leone XIV che saluta dal balcone dove si sono succeduti i sovrani Grimaldi e numerosi capi di Stato – l’incantesimo si spezza. O meglio, si umanizza: l’austera torre merlata di Santa Maria, che nel logo del viaggio apostolico è “gialla vaticano” e dove viene proprio issata la bandiera dello Stato, restituisce al Palazzo i connotati di fortezza genovese, nei secoli bombardata e assediata fino a diventare ospedale militare. E allora quella “vocazione all’incontro e alla cura dell’amicizia sociale”, invocata dal Pontefice nel suo indirizzo di saluto – custodita a Monaco in mezzo a battaglie combattute un tempo con le armi e oggi interiormente, nella “crisi del senso della vita” raccontata dall’arcivescovo Dominique-Marie David – può essere un incanto davvero “reale”: non riferito all’altezza di un sovrano, ma all’umile concretezza invocata da un Pontefice, che abbraccia tutti.
Tra Mediterraneo e Europa
Nella Place du Palais, la folla è in fermento. L’arrivo di Leone XIV nell’ambito del suo primo viaggio apostolico del 2026 rompe la scenografia immobile dei cannoni storici allineati sul limitare della piazza, altra testimonianza plastica delle travagliate vicende storiche monegasche. Persino i Carabinieri del Principe, gli stessi che ogni mattina alle 11.55 si danno il cambio di fronte al Palazzo, presidiano i selciati con un atteggiamento diverso: più vigili, meno cerimoniali. Anche loro guardano su, al Papa che si rivolge alla folla in lingua francese, ricordando la posizione strategia di questa terra, “affacciata sul Mediterraneo e incastonata fra Paesi fondatori dell’unità europea”.
Le altezze di Monaco
A Monaco molto sembra essere questione di “altezza”: in primis il sovrano Alberto II, che si affaccia dal balcone insieme a Leone XIV e nel suo discorso riconosce la forza della fede come punto di equilibrio “tra gli imperativi del presente e le esigenze di lungo periodo”. E poi le alte sfere occupate dai molti che qui hanno “ruoli di considerevole influenza in ambito economico e finanziario”, come ricorda il Papa. Elevati redditi, ma anche pressanti domande sul proprio posto nel mondo, poiché “agli occhi di Dio, nulla si riceve invano”, e il Regno consacrato da Gesù “scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici”. Occorre abbassarsi, quindi, porsi all’altezza contenuta di una bambina presente in piazza con i propri compagni di classe. Stringe tra le mani un foglio con un disegno a pastello di Papa Leone, bianco su bianco.
Il compito affidato al Principato
Immacolato, all’arrivo del Pontefice salutato da ben 21 colpi di cannone nell’unico eliporto del principato, è anche l’abito della principessa Charlène: non un errore di protocollo, ma una prerogativa concessa alle consorti di sovrani di fede cattolica. Nel suo discorso dal balcone del Palazzo, Leone XIV fa inoltre riferimento alle visioni condivise con i sovrani: dall’ecologia integrale, “che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega” alla comune attenzione verso ogni vita umana, “in qualunque momento e condizione”.
Affido al Principato di Monaco, per il legame così profondo che lo unisce alla Chiesa di Roma, un impegno del tutto speciale nell’approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa e nell’elaborazione di buone pratiche locali e internazionali che ne manifestino la forza trasformativa.
Le parole che scuotono sul “progresso sociale”
Sono le 9.35 circa, quando vescovo di Roma, lasciato l’eliporto del Principato, raggiunge la Monaco Vecchia. La zona è informalmente nota come Le Rocher, La Rocca, dove sorge il Palazzo del Principe e affondano le radici dei legami tra la Chiesa monegasca e lo Stato Pontificio. Risalgono al giorno di san Nicola del 1247, quando Innocenzo IV autorizzò la costruzione di una cappella proprio sulla Rocca con la bolla Pro Puritate. Nel 1887, invece, Leone XIII ne emise una che creava la diocesi di Monaco, direttamente soggetta alla Santa Sede. Proprio all’autore dell’enciclica Rerum Novarum, e alle parole che san Paolo VI le dedicò nel 75.mo anniversario, il Papa affida la conclusione del suo saluto. Parole “tanto attuali”, che scuotono.
Per promuovere un progresso sociale occorre una dottrina; è il pensiero che guida la vita; e se il pensiero riflette la verità – la verità sull’uomo, sul mondo, sulla storia, sulle cose –, allora il cammino può procedere franco e spedito; se no, il cammino si fa o lento, o incerto, o duro, o aberrante
San Francesco, trait d’union tra Leone XIV e Alberto II
Ad attendere il Pontefice nel Cortile del Palazzo, oltre al principe e alla principessa, ci sono i due primogeniti, i gemelli undicenni Jacques e Gabriella. Stringono la mano al Vescovo di Roma, la piccola accenna un inchino. Al momento delle foto di rito, Alberto fa indietreggiare il figlio con fare paterno.
Seguono l’esecuzione degli inni nazionali, il passaggio in rassegna della Guardia d’Onore e l’Onore alla Bandiera dei Carabinieri del Principe. Leone XIV e Alberto II hanno poi un tête-à-tête privato nel Salon de Famille, mentre in quello Empire avviene il tradizionale scambio di doni: il Papa offre una medaglia d’oro del pontificato e un mosaico di san Francesco. Dono non casuale, se si considera la già citata condivisa attenzione ai temi ambientali e la visita che lo stesso principe riservò al santuario de La Verna nel 2024. Da lì, il saluto dal balcone; poi un altro momento tradizionale: la firma del Libro d’Onore nel Salon des Glaces.
Il primo Papa nel Principato in epoca moderna
Dopo la pronuncia dei rispettivi discorsi, Alberto II e Leone XIV scendono poi nuovamente nel Cortile, dove il principe mostra i due affreschi della facciata: uno raffigura la visita di Papa Paolo III nel 1538 — quella che rende la giornata odierna la prima visita papale della contemporaneità — l’altro il passaggio della salma di Papa Pio VI nel 1802. Infine, entrano nella cappella per un momento di raccoglimento.
I dettagli meno “reali”
Terminati i discorsi, la folla non si disperde subito. Qualcuno resta a guardare, a scattare fotografie al balcone ormai vuoto, come dopo un concerto, quando non si vuole ancora ammettere che è finita. È questo, forse, il dettaglio meno “reale” nel senso dell’etichetta nobiliare, ma il più vero: in un posto abituato da secoli a ospitare i grandi del mondo, anche un momento come questo finisce con una foto mossa da inoltrare agli amici.
L’incontro con i giovani
“Amare aiutare” è il titolo dell’opera in bronzo che raffigura un bambino intento ad aiutare un altro a rialzarsi, donata da Papa Francesco al principe Alberto II e alla principessa Charlène durante l’udienza in Vaticano nel luglio 2022. Papa Bergoglio spiegò che l’unica occasione in cui si può guardare qualcuno dall’alto è per tendergli la mano e aiutarlo a rialzarsi. “Ama e fa’ ciò che vuoi” è la “frase bellissima” di sant’Agostino che Leone XIV riprende nell’incontro con i giovani e i catecumeni del Principato, sul sagrato della chiesa di Santa Devota. Molti la conoscono — è più facile di quanto si creda trovarla nei loro feed — ma spesso la fraintendono, perché cerca una giustificazione per le proprie azioni, anziché una ragione per viverle. Per i giovani è difficile sostare: il Papa coglie questo “bisogno quasi compulsivo di cambiamento continuo”. Anche la bellezza sembra non avere il tempo di attecchire, esaurita in pochi istanti di reel. Forse perché non si vede più davvero: né sé stessi né l’altro. Serve qualcuno che lo ricordi. E lo fa il Papa fa rivolgendosi direttamente a ciascuno: “La vera bellezza la porti tu, quando sai guardare negli occhi chi soffre o chi si sente invisibile tra le luci della città”.
I sogni che sorpassano l’oblio
Fermarsi, soffermarsi: in un certo senso è la stessa papamobile a suggerirlo, procedendo lentamente lungo le strade monegasche dove di solito sfrecciano Bentley e Porsche, per non parlare delle monoposto del celebre Gran Premio di Formula 1. Il tracciato include una curva dedicata proprio a santa Devota. Da lì, un ragazzo originario di queste terre, destinato a grandi cose, osservava le auto passare sognando di guidarle: Charles Leclerc. Non sorprende allora vedere giovani tifosi della Ferrari all’incontro, che avviene poco dopo mezzogiorno. “È un grande”, dice uno di loro. Riferendosi al Papa, forse anche a Leclerc. Perché i giovani cercano modelli. Leone XIV ne propone uno – anzi, una – molto vicino: Santa Devota, patrona del Principato. “Giovane coraggiosa”, uccisa per la sua fede. “Volevano annientarla, cancellarne il ricordo”, osserva il Pontefice – e quanto oggi le nuove generazioni subiscono l’obliterazione della verità – ma il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e amore “ancora più lontano”.
La paradossale chiusura dell’amore
Sul sagrato il Papa è accolto dall’arcivescovo Dominique-Marie David e dal parroco, padre Arz Dominique. Danze e canti accompagnano le testimonianze dei giovani. Lauren è venuta da sola ad ascoltare. Una scelta insolita nell’epoca delle “appartenenze condizionanti” di cui parla Leone XIV. Una ragazza poco più in là ha con sé una edizione del Vangelo di Luca distribuito dalla diocesi, che ha decorato degli sticker. “Inizierò a leggerlo”, promette.
Il tempo vissuto dalle nuove generazioni si presenta ricco di stimoli, invita ad aprirsi, a crescere e a cambiare, ma necessita anche di punti fermi. “Spero che il Papa mi dia pace. Non solo a me ovviamente”, ci tiene a precisare Lauren, “ma a tutti”. Sorriso amaro. Leone XIV non ha soluzione ai conflitti esteriori e interiori del mondo, se non quella solo apparentemente più scontata, “l’amore”. E offre un paradosso: non un rifiuto all’apertura, ma una sorta di chiusura nel senso di ricerca di “fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”, in mezzo a inquietudini e vuoti interiori.
Portare il Vangelo nell’impegno sociale e politico
La metafora marinara è particolarmente gradita da Nicolò, che viene da una località costiera, Ventimiglia, e fa il cameriere in un piccolo cafè poco distante dalla chiesa. Ha momentaneamente abbandonato il posto di lavoro per “vedere il Papa”. Si asciuga le mani nel grembiule, si stropiccia gli occhi stanchi. “Non potrei mai vivere qui, con quello che costano gli affitti…”. Monaco di fatto è, per stessa ammissione di Leone XIV “un Paese bellissimo”, ma c’è molto più valore nel “guardare” chi rimane, sofferente, quando le luci sfavillanti della città si spengono. L’ultimo appello ai giovani ha il valore di una chiamata alla responsabilità. A non ignorare i luoghi per farsi sentire, e fare sentire chi ha bisogno, a portare il Vangelo nelle scelte di lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non ce l’ha..
Fiori e colori per il Papa
In precedenza, intorno alle 11, Leone XIV incontra la comunità cattolica locale nella cattedrale dell’Immacolata Concezione Dopo la visita ai Reali e il saluto dal balcone del Palazzo dei Principi, il tragitto verso la cattedrale dura appena un minuto. Ai fiori delle aiuole ordinate si aggiungono quelli offerti da due bambini al Papa, accolto nuovamente dai sovrani monegaschi, Alberto II e Charlène, dall’arcivescovo David e dal parroco, il canonico Daniel Deltreuil
Il lato sobrio di Monaco
La cattedrale, sotto il sole caldo di fine marzo, riflette la luce come si addice a un luogo abituato a fare da cornice alle grandi cerimonie: qui si sposarono il principe Ranieri III e Grace Kelly nel 1956, poi ricevuti in Vaticano da ogni Pontefice, da Pio XII a san Giovanni Paolo II. E qui entrambi riposano. La tomba della principessa è una lastra di marmo semplice, con il nome e le date. “Ho avuto momenti felici nella mia vita, ma non credo che la felicità sia uno stato perpetuo in cui chiunque può trovarsi. La vita non è così.” È una delle frasi a lei attribuite, in uno dei pochi angoli in cui Monaco mostra il suo volto più sobrio.
“La nostra vera Roccia”
All’ingresso, tre canonici porgono la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione. Il Pontefice attraversa la navata centrale – sormontata da matronei su pilastri in blocchi di pietra – e raggiunge l’altare, mentre il coro intona un canto. Nel saluto di benvenuto che precede l’omelia di Leone XIV, l’arcivescovo David riprende il tema della Rocca monegasca, ricordando che “Cristo è la nostra vera Roccia, fondamento e pietra angolare del suo Corpo che è la Chiesa”.
“Amare aiutare”
A santa Devota, prima di trasferirsi all’arcivescovado per il pranzo, il Papa si intrattiene infine con i fedeli: si abbassa per accarezzare un bambino, si china per stringere le mani di una persona in sedia a rotelle. Se la felicità, per come spesso la travisa il mondo, non è uno stato perpetuo, forse è anche per avere qualcuno che si chini e aiuti a rialzarsi. “Amare aiutare”. E poi fare quello che si vuole.
L’incontro con la Comunità cattolica
Una Chiesa che accoglie tutti “in quanto persone e figli di Dio”, senza esclusioni o divisioni “in classi sociali”. Una Chiesa chiamata alla comunione in Gesù Cristo, “ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone”, “a difendere l’uomo”, “in un cammino di discernimento critico e profetico” che promuova “uno sviluppo integrale dell’umanità” rispettandone “la dignità e l’identità autentica”. Questo devono essere i credenti. Leone XIV lo sottolinea alla comunità cattolica del Principato di Monaco, che incontra nella cattedrale dell’Immacolata Concezione per la celebrazione dell’Ora Media, ed invita a portare a tutti “la luce del Vangelo” perché l’uomo non cada nell’individualismo e non fondi la propria esistenza solo sulla produzione di ricchezze.
Al suo arrivo nel luogo di culto in cui riposano principi, principesse di Monaco e vescovi e che riunisce i monegaschi nei momenti più solenni, ai piedi della scalinata monumentale lo accolgono il principe Alberto e la consorte Charlène, insieme all’arcivescovo di Monaco, monsignor Dominique-Marie David, e all’ingresso il parroco Daniel Deltreuil. Tre canonici porgono al Pontefice la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione, poi mentre il piccolo corteo attraversa la navata centrale e raggiunge l’altare, il coro intona un canto. Prima dell’inizio della recita dei salmi, il saluto dell’arcivescovo David: “Oggi, attraverso la sua presenza, Dio visita il suo popolo e Cristo Gesù si prende cura del suo gregge che è a Monaco”, dice, lieto di presentare “alcune delle pietre vive” della comunità, “nella diversità delle parrocchie, dei servizi e dei movimenti che la compongono”, assicurando la “determinazione” di tutti a rendersi “disponibili allo Spirito Santo per diventare i discepoli missionari che il Signore attende”.
Cristo “centro dinamico” e “cuore della nostra fede”
Nella sua omelia, il Papa si sofferma anzitutto sul mistero della salvezza realizzato da Dio in Cristo, colui che “ha preso su di sé il male dell’uomo e del mondo, lo ha portato con noi e per noi, lo ha attraversato trasformandolo e ci ha liberati per sempre”, “centro dinamico” e “cuore della nostra fede”, “il giusto” che intercede “per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi”, venuto “per offrire a tutti la sua misericordia che purifica, guarisce, trasforma e ci rende parte dell’unica famiglia di Dio”. È il “tratto compassionevole e misericordioso” di Gesù che Leone evidenzia in particolare, quello che “lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori”, “per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro”. Nei gesti del Messia, infatti, c’è anche “una dimensione sociale e politica importante”, fa notare il Pontefice, “la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.
La Chiesa monegasca realtà accogliente e ospitale
Sull’esempio di Gesù Cristo la comunità ecclesiale deve essere amorevole verso tutti, indistintamente, esorta il Papa, rilevando la “grande ricchezza” della Chiesa nel Principato di Monaco, “realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale” che è “tratto tipico” dei monegaschi.
Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socio-economico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole.
Promuovere e difendere la vita
È “una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo”, quella che Leone vuole, che annunciando il Vangelo prima di tutto illumini “la persona umana e la società”, affinché “scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale” e ancora “lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”. Da qui l’incoraggiamento alla Chiesa monegasca “a prestare un servizio appassionato e generoso nell’evangelizzazione”.
Annunciate il Vangelo della vita, della speranza e dell’amore; portate a tutti la luce del Vangelo perché venga difesa e promossa la vita di ogni uomo e ogni donna dal suo concepimento alla fine naturale; offrite nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza.
L’annuncio del Vangelo non sia abitudine
E mette, poi, in guardia, dal rischio di ridurre “l’annuncio del Vangelo e le forme della fede, così radicate” nell’identità e nella società del Principato, “ad abitudine, seppur buona”, il Papa, perché “una fede viva è sempre profetica, capace di suscitare domande e offrire provocazioni”. Per questo occorre chiedersi: “Stiamo davvero difendendo l’essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi? È davvero giusto e improntato alla solidarietà il modello economico e sociale vigente? È abitato dall’etica della responsabilità?”.
Strumenti e linguaggi nuovi
Infine, concludendo la sua riflessione, Leone XIV offre un ultimo insegnamento: quando si tiene “lo sguardo fisso su Gesù Cristo” sboccia “una fede radicata nel rapporto personale con Lui”, “che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società” e da porgere con nuove modalità.
Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare.
La messa allo stadio di Monaco
Sul retro delle maglie di alcuni fedeli allo Stadio Louis II di Monaco, dove Papa Leone XIV presiede la Messa conclusiva del suo viaggio apostolico nel Principato, è stampata la scritta Daghe Munegu. Nella lingua locale: “Forza Monaco”. Un’esortazione per la squadra di calcio monegasca, spesso accompagnata dal motto del Principato stesso: Deo Juvante, “Con l’aiuto di Dio”. Forse è proprio tramite questo auspicio che si può continuare a cercare crepe di luce, lontane, sì, ma sempre superiori a quelle che il Pontefice definisce le “corte vedute” di chi insanguina il presente e si “ingozza” di idoli, di “piccole idee”, di “un potere che si è fatto predominio”, di una ricchezza “che degrada in bramosia”, di una bellezza “truccata in vanità”.
Il “calcolo politico” di una condanna a morte
Il passaggio all’ora legale avverrà stanotte, ma il pomeriggio monegasco regala, fino al termine della celebrazione, sprazzi di sole che si riflettono nelle bandierine bianche e gialle, i colori del Vaticano, e biancorosse, quelli del Principato. Illuminanti, per quanti crudeli, sono le parole del Vangelo proclamato durante la celebrazione. La condanna a morte di Gesù è una “volontà precisa e ponderata”. Essa nasce da “un calcolo politico” basato su una paura assurda, ma con una logica inquietante nella prospettiva di attaccamento al potere: vedere “una minaccia” in colui che trasforma “il dolore del popolo in gioia”, afferma Leone XIV nella sua omelia, in lingua francese.
Siamo così testimoni di due moti opposti: da una parte la rivelazione di Dio, che mostra il suo volto come Signore onnipotente e salvatore, dall’altra l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi? Al loro punto d’incrocio sta il segno di Gesù: dare la vita.
La visione distorta di capi religiosi e dottori della Legge
Dare e ridare l’esistenza, come avvenuto per Lazzaro, davanti alla cui tomba il Signore si commosse. Lui, “che è venuto nel mondo per liberarci dalla condanna della morte, alla morte viene condannato”. Il Papa riconosce quindi la distorsione nelle azioni dei capi religiosi e dei dottori della Legge, che arrivano a violare la più elementare delle prescrizioni: “non uccidere”.
Come all’inizio dei tempi Dio ha dato vita all’essere dal nulla, così nella pienezza dei tempi riscatta ogni vita dalla morte, che ne rovina il Creato.
Il nome dell’onnipotenza: misericordia
Le parole dell’omelia risuonano in un silenzio inusuale per un impianto sportivo che, al di là del calcio, ha visto compiersi gesta da record: da Usain Bolt all’astista Elena Isinbayeva. Frasi ed espressioni che interrogano “l’insistenza del male” dell’oggi, i “sepolcri dai quali Dio sempre ci riscatta”, offrendo nuove prospettive: il potere trasformato in servizio, secondo il modo di intenderlo di Gesù, che dà un nome preciso alla sua onnipotenza: “Misericordia”.
È la misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto.
Le “piccole idee” di cui troppi si ingozzano
Il Papa si sofferma poi sul concetto di “liberazione”, principio dell’opera divina, come affermato nella prima lettura dal profeta Ezechiele. Un itinerario “di conversione”, come quello quaresimale, e “coinvolgente”, non privato. Esso presuppone il distanziamento da tutto ciò che rende “schiavo il cuore”, lo compra e lo corrompe. Dall’idolo, nella sua radice etimologica di “piccola idea”, ovvero una “visione diminuita, che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente, trasformandolo in un oggetto, ma anche la mente dell’uomo”.
Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute: guardano a ciò che rapisce i loro occhi, annebbiandoli. E così, proprio le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia. L’affrancamento dagli idoli è allora liberazione da un potere che si è fatto predominio, dalla ricchezza che degrada in bramosia, dalla bellezza truccata in vanità.
Dall’idolatria alla vera fede
Nella tentazione, ricorda il Papa, Dio non lascia soli. Nè castiga, ma “cambia la storia del mondo chiamandoci dall’idolatria alla vera fede, dalla morte alla vita”. Una purificazione che può e deve illuminare il presente e i conflitti che lo affliggono.
Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere
La gioia “non si vince per una scommessa”
Leone XIV conclude affidandosi alla Chiesa monegasca, rappresentata dai 15 mila presenti al Louis II — quasi la metà dell’intera popolazione del Principato — perché dia testimonianza di felicità e pace attraverso la fede, “manifestando la gioia autentica, che non si vince per una scommessa, ma si condivide con la carità”.
Fonte di questa gioia è l’amore di Dio: amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura.
Tra i concelebranti della Messa figurano l’arcivescovo di Monaco, monsignor Dominique-Marie David; il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin; il cardinale prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Dominique Mamberti; e il cardinale arcivescovo metropolitano di Marsiglia, Jean-Marc Aveline. Allo stadio sono presenti anche i sovrani monegaschi, Alberto II e Charlène, insieme ai figli Jacques e Gabriella. Anche loro, prima della celebrazione, hanno applaudito (e nel caso di Alberto anche fotografato) il Papa durante il suo giro in golf-cart tra i fedeli stipati nello stadio “tutto esaurito”, come nelle grandi occasioni. In questo impianto, la passione comune per lo sport — terzo grande tema condiviso tra Leone XIV e i Reali, accanto al rispetto della vita umana e alla cura della Casa comune — trova la sua cornice più naturale. Una pratica che dona “vita in abbondanza”, come ricorda il Pontefice, appassionato di vari sport, in una recente lettera.
“Deo Juvante”
Al termine della celebrazione, monsignor David prende la parola per ringraziare il Papa del suo incoraggiamento ad affrontare “senza paura” le sfide del presente e anche per aver ricordato al Paese “che la sua identità non consiste solo nella conservazione di un’eredità, ma che richiede responsabilità, oblazione di sé e senso del servizio”.
Prima di lasciare lo stadio, il Pontefice cammina a piedi tra i diversi corridoi dello Stadio salutando e benedicendo le persone sistemate sopra gli spalti. Prima di lasciare lo Stadio, saluta alcune persone assistite da associazioni ecclesiastiche e laiche. Strette di mano, carezze ai bambini e alle persone disabili, qualche dono – come quello di un parmurelo di una signora -, alcune frasi di presentazione o richieste di preghiera sussurrate da vicino. Cala intanto la sera su Monaco, e sul viaggio di Leone XIV. Il Louis II è uno stadio che ha visto grandi capitani alzare trofei europei e ha ospitato straordinarie gesta atletiche; qui sono anche risuonate le note degli Eagles, ospiti d’onore al matrimonio di Alberto e Charlène. Oggi ha ospitato una Messa e il Papa. E la differenza, nel modo in cui la folla ha riempito gli spalti, nel fermento che ha accompagnato le sue parole, davvero non si è notata.
Deo Juvante. Con l’aiuto di Dio.
Testo e foto: Vatican Media





