Una spinta, poi giù giù, sempre più in fondo, da dove giungono urla, lamenti, rantoli, E’ l’inferno, questo? Non nell’aldilà, ma già qui, sulla terra, devastata dalla guerra, dall’odio, dalla violenza. Don Francesco Bonifacio, prima di chiudere gli occhi per sempre, si sforza di pregare, chiede aiuto, sostegno, consolazione dall’Alto. Sa che i suoi voti sacerdotali contemplano anche l’accettazione del martirio ed è giunto il momento della prova più dura. «Ama persino il suo traditore che lo chiama addirittura amico, ama i propri crocifissori e per essi domanda perdono al Padre celeste. Ecco quale esempio ci ha lasciato Gesù verso il nostro prossimo: dunque imitiamolo». Le ha pronunciate lui, queste parole, don Francesco, il primo settembre del 1946 , a Villa Gardossi, oggi Crassiza, paese dell’entroterra istriano, concludi in questo modo che sarebbe stata la sua ultima omelia. Dieci giorni più tardi, l’11 settembre, viene rapito e ucciso dei titini e il suo corpo sparisce .
Possiamo solo immaginare, ricostruire l’angoscia, il dolore, le sofferenze del sacerdote e di migliaia di altre vittime, come lui, gettate morte o vive dentro le foibe, quei crepacci divenuti tristemente noti che punteggiano l’aspro terreno del Carso. Possiamo parzialmente immaginare i pensieri che hanno accompagnato gli ultimi istanti di vita di questo giovane uomo che aveva deciso di dedicare la propria esistenza al servizio di Cristo e dei fratelli, di incarnare e diffondere il messaggio evangelico. E’ stata proprio questa la sua “colpa”, da punire con una morte orribile.
La sua figura e il suo martirio sono stati ricordate alla cerimonia del 10 febbraio scorso in occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo alla Camera, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Durante l’incontro è stato letto un brano tratto dal libro “Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio”, di Mario Ravalico (Edizioni Ares), con la collaborazione dell’Istituto regionale per la Cultura istriano fiumano-dalmata e il sostegno delle Comunità degli italiani di Crassiza ,che ripercorre la vita e il martirio del sacerdote, testimone di fede e coraggio, in occasione dell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta appunto l’11 settembre 1946. Il 3 luglio 2008 Papa Benedetto XVI lo ha riconosciuto martire in odium fidei e il 4 ottobre dello stesso anno è stato proclamato beato.
Il libro di Mario Ravalico, esule istriano e autore che ha alle spalle di appassionate e inesauste ricerche tra archivi, documenti e testimonianze dirette, ricostruisce la vita, la scomparsa e il martirio del sacerdote, inquadrando, storicamente, ma anche emotivamente, una delle pagine più oscure del Novecento. E anche a questo autore, come a molti altri che hanno intrapreso un cammino di ricerca della verità, è toccato in sorte il silenzio e la diffidenza che ancora oggi avvolgono molte comunità istriane. Nel tempo il ricordo diventa una sorta di missione, di impegno a oltranza, come ha fatto Mario Ravalico.
Nel 1940 l’Italia entra in guerra, nel 1943 dopo l’Armistizio i partigiani titini occupano l’Istria e, dopo circa 40 giorni, vengono ricacciati dall’esercito tedesco: fino alla fine della guerra la zona verrà amministrata direttamente dalle autorità tedesche. Nel 1945 i primi ad arrivare in Istria, Dalmazia e Trieste dopo la fuga dei nazisti sono, di nuovo, i titini che reclamano quelle terre per la Jugoslavia appena creata. Come già nel ’43 i partigiani titini si rivalgono contro quelli che agiscono i «nemici del popolo» , i fascisti ma anche gli italiani: arresti, rapimenti, sparizioni e infoibati non si contano. Nemici del popolo anche bambini, anziani, sacerdoti, suore. Una strage su cui ancora molti parlano poco e malvolentieri.
Francesco Bonifacio nasce il 7 settembre 1912 a Pirano , un paese della costa istriana allora parte dell’Impero austroungarico; nel 1936 è ordinato sacerdote e nel 1939 assegnata a Villa Gardossi dove si annuncia con le famiglie. Non è un posto idilliaco, non è facile viverci, tagliati fuori praticamente da tutto, in una canonica acqua corrente né elettricità. Malgrado ciò, don Francesco si impegna con forza e determinazione , mette in piedi molte iniziative, è vicino alla gente.
Il ciclone della guerra e della violenza investe anche Villa Gardossi . Si verificano incidenti, avvertimenti… finché nel tardo pomeriggio dell’11 settembre don Francesco non viene fermato da un gruppo di militi, trascinato in una vigna e poi nel bosco. Secondo testimonianze successive quattro “guardie popolari” titine,l’hanno spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate, prima di essere infoibato , i suoi resti non sono mai stati ritrovati. Assassini come tanti altri in altri paesi, cittadine della regione. La sua figura, però, non sbiadisce, anzi si sfalda più luminosa che mai.
Mario Ravalico, “Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio”, Edizioni Ares, euro 20, pp.256




