Nel Vangelo dei segni, quale si manifesta quello giovanneo, il settimo[1] ed ultimo segno è quello più rilevante, in quanto avvicina a quello che è il segno massimo della manifestazione della gloria divina, in quanto espressione del desiderio di Dio di essere di nuovo in comunione con l’uomo: la Pasqua di Gesù, verso cui, anche quest’anno, siamo incamminati.
La gloria di Dio
Come per la condizione cieco nato[2], anche di Lazzaro – e della sua morte – Gesù afferma, nel capitolo 11 del vangelo di Giovanni, che sia per la gloria di Dio. È bene ricordare, però, come, nel linguaggio giovanneo, gloria equivalga a ciò che, negli altri evangelisti, è descritta come Passione: se, per gli altri tre, la Croce è la Passione, per Giovanni è il compimento del ministero, la sua glorificazione, perché, come più volte preannunciato, è proprio quando Cristo “sarà innalzato da terra”, che “attirerà tutto a sé”[3]. La gloria di Dio si manifesta nella sua creazione, ma più specificamente nell’uomo, che è l’unico soggetto che può essere amato nella libertà, oltre che – come ricorda Ambrogio – essere perdonato[4].
La vera gloria
Già queste prime riflessioni inducono a pensare che la gloria di cui parla il vangelo di Giovanni non sia come potremmo intenderla in base a una lettura immediata. Le parole di Ireneo (“la gloria di Dio è l’uomo vivente”[5]) ci aiutano a pensare la gloria non in modo trionfale, o meglio, non secondo un trionfalismo che segua il significato politico o militare.
Un amore gratuito, ma non disinteressato
La vita dell’uomo, comunque, dovunque sia è – da sempre – l’interesse di Dio, in un amore che è gratuito, ma disinteressato, perché solo Chi l’ha creato può essere pienamente consapevole del fatto che il cuore dell’essere umano è inquieto finché non riposa in Dio[6], per cui, come chi ama cerca il bene dell’amato, così il desiderio più profondo di Dio è che il proprio amore per lui riceva una risposta positiva, in quanto in ciò risiede la gioia della controparte, in cerca di una pienezza che – altrimenti – rimane incompiuta.
Vivere, per morire
Diciamo che Lazzaro risorge, dopo essere rimasto per 4 giorni nella tomba. In realtà, è improprio. Lazzaro non risorge, nemmeno “è stato risuscitato dai morti” (come dice il Vangelo di Marco[7], per quel che riguarda Cristo): al limite, il suo cadavere è ri-vivificato. Il suo cadavere torna a vivere. Ma non risorge. Il suo corpo torna a vivere, per poi morire, di lì a qualche anno[8]. Non c’è un corpo glorioso, non risultano attraversamenti di porte e muri, come sarà per Gesù di Nazaret, dopo la Risurrezione; l’unica cosa certa è la sua partecipazione ad un banchetto, appena prima[9] della “Pasqua dei Giudei”.
Una vita, per una vita?
Il testo giovanneo è molto chiaro, al riguardo, e non ammette fraintendimenti; a quell’ora, decisero di farlo morire: attendevano solo il momento propizio. “È bene che uno solo muoia per tutto il popolo e non la nazione intera perisca” è la profezia del sommo sacerdote dell’epoca, Caifa[10]. La vita dell’amico Lazzaro costa a Gesù la vita. Ma non è semplicemente uno scambio alla pari: una vita, per una vita. È il nuovo capro espiatorio. Uno solo, per tutti. E non solo tutto il popolo ebraico. Stavolta, lo scambio è enormemente impari. Tutto il popolo di Dio: presente, veniente e venturo. Una vita, liberamente e generosamente offerta, nell’affidamento al Padre, per recuperare la figliolanza di tutta l’umanità.
Morire, per vivere
La resurrezione di Lazzaro prefigura quella di Cristo, ma si mantiene distante. La anticipa, ma non riesce a contenerne la novità. Suggerisce il legame filiale di Cristo con il Padre, che rende possibile il realizzarsi dell’ultimo dei segni, che precede la glorificazione sulla Croce, dove “tutto si compie”[11], realizzando il disegno divino, atteso dal popolo d’Israele. Se Lazzaro esce dalla tomba, vivo, per morire di nuovo, Gesù, invece, muore, sulla Croce, per vivere per sempre. Se il riemergere di Lazzaro dai legami mortiferi apre sulla luce del giorno, la riemersione di Cristo si affaccia sulla gloria della vita senza fine, quella luce infinitamente più luminosa, da cui l’occhio umano si ritrae, accecato, incapace anche solo di immaginarla.
Testo: Sulla strada di Emmaus
Immagine: generata grazie a GEMINI
Rif. letture festive ambrosiane, nella V domenica di Quaresima, anno A
[1] Prima di Lazzaro, sono infatti individuati altri sei segni, che disseminano la narrazione giovannea: il vino nuovo a Cana di Galilea (Gv 2, 1-12), la guarigione del funzionario regio (Gv 4, 43-54), la “moltiplicazione” di pani e pesci (6, 1-15), il passaggio nel mare (6,16-21), infine, il cieco (9, 1-41).
[2] Cf. Gv 9, 1-41
[3] Cf. Gv 12, 32
[4] AMBROGIO, Exameron (IX, 76)
[5] IRENEO, Contro le eresie (Adversus Haereses), libro IV, 20, 7.
[6] Cf. AGOSTINO, Confessioni, 1,1,1
[7] Cf. Mc 16, 6
[8] Non sappiamo quanto ancora vivrà, Lazzaro, dopo essere uscito dal sepolcro, ma, da come ne parla il brano evangelico, si può supporre che, al momento della stesura, fosse ben noto alla comunità giovannea e il citarlo riportasse alla mente un nome conosciuto alla maggior parte di essa.
[9] Sei giorni prima, cf. Gv 12, 1-11
[10] Cf. Gv 11, 49-50
[11] Cf. Gv 19, 30






