“Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie. E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace”.
Lo dice papa Leone, alternando catalano e spagnolo, nel suo discorso all’abbazia di Montserrat, a 40 km da Barcellona, situata a 720 metri di altitudine, su un fianco dell’omonima montagna.
Nella basilica, importante centro spirituale della penisola iberica, si venera l’immagine romanica della Vergine di Montserrat. Durante la guerra civile spagnola tra il 1936 e il 1939, i monaci dovettero abbandonare il monastero e 23 di loro furono uccisi. Al loro ritorno nel 1939, Montserrat, assunse nuovamente il ruolo di centro spirituale della Catalogna.
L’11 settembre del 1881, ricorrenza della Festa nazionale della Catalogna, Leone XIII ha dichiarato la Madonna di Montserrat patrona della Catalogna.
“Deponiamo le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore”, Gesù “non porta armature” e sulla croce “si abbandonerà per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore”. Lo afferma papa Leone dall’abbazia di Montserrat invitando ad intraprendere “la via della misericordia, della riconciliazione, della verità”. “Allo stesso tempo”, Gesù “smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide”, “violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite”.
L’incontro con le realtà di carità e assistenza diocesane
“Domani inizierà il Mondiale, e molti saranno attenti alle partite. Il calcio ci ricorda qualcosa che non dobbiamo dimenticare: la vita non è una gara per mettersi in mostra da soli, ma un cammino che impariamo a percorrere insieme. Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita”. Lo dice il Papa incontrando le realtà di carità e assistenza diocesane nell’ambito del suo viaggio in Spagna.
“Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore”. Lo dice il Papa rispondendo alle domande di Renzo, un bambino di 6 anni, nella chiesa di San Agustì nel quartiere Raval di Barcellona.
“Col tempo – prosegue il Papa – ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli: capace di fidarsi, pieno di bontà”.
“Per questo motivo – sottolinea – , più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno”.
“I nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli.
Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni”. Lo dice il Papa elogiando il ruolo dei nonni nella sua vista alle realtà di carità e assistenza diocesana nella chiesa di San Agustì. “E come dobbiamo ricambiare l’amore – continua – ? Con amore. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Ciò è qualcosa di molto triste.
Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri”.
Foto: Vatican Media





