Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
E se sono qui in terra dieci o dodici musici, fanno bella melodia: che cosa deve esser in quella celeste patria, ove sono tanti cantori e musici? (II 270).
Non sappiamo esattamente quali melodie abbia “gustato” fra Tommaso; forse solo i canti in chiesa, in maggioranza gregoriani, quindi a una sola voce ma che danno un senso di celeste, di spirituale, di paradisiaco (se eseguiti bene). Per questo egli scrive con entusiasmo di melodie celesti che godrà l’anima che sa corrispondere alle ispirazioni di Dio [→ Suono].
«Essendo nostro Signore asceso al cielo, contempla, anima devota, con che pompa fu ricevuto dall’eterno Padre. Parmi vedere in spirito che, accompagnato dalla corte celeste con inenarrabili melodie, andasse a incontrare l’unigenito suo Figlio. O Dio, come ardisco io poverello descriver questo incontro? Come i trofei, i trionfi, gli applausi, i canti, le glorie del Figliolo di Dio?» (I 433). «Ove, essendo venuta l’ora, il punto che Dio doveva spiccar quella beata anima [di Maria] dal suo beato corpo, composero un cantico novo cominciando il maestro di cappella, Cristo nostro redentore, seguendo la moltitudine il cantico: quando che la nostra Signora, accorgendosi che per la melodia quasi era la sua anima per uscire dal beato corpo, raccomandò i suoi santi apostoli al suo Figlio e tutti i credenti, ove l’eterno Dio li benedì» (I 300). «Gli amanti miei che vivono nella presenza mia suonano, ma i loro suoni non suonano se non con disgusto; ma io, che son Dio e organista di questi miei cantori […] li tocco con la presenza mia, ed essi fanno sonoro cantico nelle orecchie mie, del quale mi diletto e godo. Ed essi accrescono in cantici e melodia, e quanto essi accrescono in lodarmi e io accresco grazia di ben cantare e di far lodar me, suo maestro; e quanto più cantano, conoscono meglio da me li loro cantici» (II 358). E se un angel solo tirando un’arcata s’un violino sopra il capo del glorioso Francesco mentre era ancora in vita, sentì tanta melodia che dice che, se l’angelo tornava con l’arco indietro sopra d’esso violino, gli rapiva l’anima, spiccandola dal corpo, di sommo gaudio e allegrezza. E che deve esser poi in quella chiesa trionfante? Tanti mila e milioni e numero infinito di tanti musici» (II 270).






