Un gruppo di giovani, alcuni anni dopo la laurea, fecero visita ad un loro vecchio saggio professore. Mentre si raccontavano – lamentandosi dello stress per il loro lavoro e le relazioni – l’insegnante offrì loro una cioccolata calda, presentandosi con un vassoio sul quale c’erano tazze diverse: semplici e importanti, piccole e grandi, crepate e nuove. Quando tutti ebbero preso una tazza l’anziano commentò:“Noto che sono state prese le tazze più belle e costose, mentre sono state lasciate quelle di poco valore. Ho visto poi che ognuno è stato attento alla scelta degli altri. La causa di problemi e stress è che per voi è normale dare prima importanza all’apparenza e al vantaggio personale. La tazza però non aggiunge nulla né al sapore né alla qualità del cioccolato. Voi avete detto che volevate il cioccolato, in realtà avete dato più attenzione alla tazza. Vi prego, ascoltatemi: la vita è quello che c’è dentro, è il cioccolato. Il lavoro, il denaro, il benessere sono tazze, sono solo contenitori per accogliere e gustare la vita. Se ci si concentra solo sulla tazza, preoccupati se si crepa o se qualcuno ce la porta via o se ce l’ha più bella o grande, si finisce per non apprezzare quanto ci è offerto. Ricordatevi sempre: felice non è chi ha le cose migliori, ma chi apprezza il meglio di ogni cosa che ha!”. “Professore, perché?”, chiesero gli alunni. Il vecchio estrasse dal portafoglio un pezzetto di specchio, non più grande di una moneta. Poi raccontò: “Da bambino, durante la guerra, vidi sulla strada uno specchio in frantumi. Ne presi un frammento che trasformai in un giocattolo: mi divertivo a riflettere la luce dirigendola negli angoli bui. L’ho sempre conservato, perché diventando grande capii che era la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Ognuno ha il potere di riflettere. Ciascuno, per quello che è, persino se si sente rotto, ha il potere di direzionare luce negli angoli bui del cuore e negli anfratti oscuri della realtà. Si gusta il buono che la vita offre se si è capaci di semplicità, generosità, pazienza, dialogo, comprensione, perdono, gentilezza, tenerezza, cortesia, premura, eleganza, pensando con qualità e mettendosi in gioco con coraggio. Osservando questo stile forse altre persone faranno altrettanto. In questo per me ci sta il perché siamo al mondo”. Ci hanno accompagnato 3 domande: il “CHI?” per scoprire una stella dentro se stessi; poi il “QUANTO?” per accorgersi di quelle stelle a portata di mano, che sono persone con occhi, cuore e mente aperti come finestre; quindi il “COME?” perché le stelle non sono solo da cercare, ma da distribuire. Oggi la realtà con la sua complessità e con le sue difficoltà ci sfida con l’ultima domanda: “PERCHÈ?” e ci porta a riflettere, a riflettere la luce delle stelle. Chissà quante volte Giuseppe e Maria si saranno chiesti: “perché a noi? perché questa fatica? perché tutto si ribalta?”. Dio non dà soluzioni ma dà senso, forza e capacità: “Dio-è-con-noi, Emmanuel”, Dio non cambia o risolve le situazioni ma ci si mette dentro, come fa a Betlemme. Non imbelletta la stalla, non la trasforma ma le dà un senso. Prendiamo in mano la tazza della nostra vita. Perché è così? Possiamo rassegnarci impantanati nei se, nei ma, nei però. Oppure possiamo riflettere. Proviamo a riflettere la luce. Ha ragione il professore. Perché? Perché felice non è chi ha le cose migliori, ma chi apprezza il meglio di ogni cosa che ha.






