L’ho riletta stamattina, per l’ennesima volta, finita la recita delle Lodi mattutine. E, rileggendola, ho avuto una duplice impressione: che fossero parole appena uscite di penna appositamente per me. L’altra? Che il giornale di oggi, tempo di leggerlo, sia già da cestinare mentre queste parole non siano mai state così attuali al mio cuore come oggi. Le parole sono quelle de “La seconda chiamata”, una lettera scritta da un prete francese, Renè Voillaume, nel 1957. E’ una “reliquia” della mia biografia personale: a regalarmela, mentre il cuore quel giorno era ridotto ad uno straccio, è stato Papa Francesco. Con in allegato parole d’incoraggiamento: «Caro figlio, per tutte le volte in cui sentirai la tua missione a rischio disperazione».
Parla della chiamata – oggi è la Giornata della Vita Consacrata -: della prima chiamata, quando ci sono «dei momenti duri ma passano e il Signore è di nuovo accanto a noi (…) Siamo felici di essere stati chiamati da Gesù e non dubitiamo di poter restargli fedeli (…) Non esiteremmo a rispondere subito come l’apostolo: “Con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». E’ la bellezza degli inizi, la freschezza dell’acqua sorgiva, una sorta d’idillio vocazionale: “Dai, pensavo peggio: non è proprio così difficile stare in piedi” diciamo. Dio stesso, cacciatore di cuori, non fa nulla per strapparci via di dosso l”illusione di potercela farcela: un’illusione certo, ma senza quest’illusione risulterebbe alquanto difficile il pensiero di lasciare tutto per incolonnarsi verso la Croce. È la bella impazienza dell’innamorato, l’agitazione dell’avventuriero: l’entusiasmo degli inizi è carburante che accende cuori di ghiaccio, qualora lo si desideri.
Dietro la curva – dopo un po’ di tempo – si accende la spia: «L’entusiasmo umano lascia il posto ad una specie di insensibilità, per le cose soprannaturali, il Signore ci sembra via via più lontano e in certi giorni la stanchezza ci prende». Li conosco benissimo questi giorni, in questi vent’anni di consacrazione: sono i giorni nei quali si viene tentati di pregare meno, di farlo in modo meccanico, di fare della nostra vita qualcosa di più interessante.
Ci sarà qualcosa di ancora più interessante di ciò che Dio ha piantato nel giorno della nostra consacrazione? Certi giorni ne sospettiamo l’esistenza: la realtà quotidiana, pur avendo una quota di divino sproporzionata ai meriti, ci infiacchisce, non ci è più di stimolo, perde la sua attrattiva. “Che se ne vada, allora, invece che rimanere controvoglia” diranno in tantissimi, scordando l’esistenza della “notte oscura” dei santi: «Arrivare a sentire tutto questo è normale, senza che vi sia stata infedeltà grave da parte nostra né abbandono del Signore». Ce l’aveva detto il Signore, prima ancora dei superiori, ch’è impossibile stargli dietro a mille: adesso, però, lo sperimentiamo sulla pelle. Quando Lui è lontano, quando l’entusiasmo va scemando, quando la brace batte il fuoco tre a zero.
Cosa fare, dunque: gettare tutto alle ortiche, fare finta di nulla o seguire una chiamata fino in fondo, anche quando ti condurrà nel deserto dell’amarezza, in una terra che non avevi calcolato prima di consacrarti? È proprio qui, invece, che sboccia quella che Voillaume dipinge come la “seconda chiamata”: capacitarsi che «Gesù, che non ha mai cessato di essere presente, lo è in maniera diversa da quella di prima». E’ l’impossibile dell’uomo che, quel giorno, inizia a diventare il possibile di Dio.
Con Dio, poi, si sarà sempre liberi di dire di “no”: si sarà sempre liberi di riconfidargli il proprio “sì”, all’indomani di ogni scoraggiamento: con Lui non sarà mai la fine ma l’inizio di una nuova tappa. Che, senz’illudersi, non sarà mai come la prima ma sarà sempre all’altezza della nuova stagione. A fare provare vergogna all’uomo e alla donna di Dio non sarà avvertire dei cali d’entusiasmo ma la tentazione suadente del mondo, «l’orribile atmosfera di imbecillità in cui mi hai introdotto» (O. Wilde).
Dopo avere letto quella lettera, gli dissi: “Grazie di avermi fatto sentire normale, Papa Francesco”. E lui, esperto conoscitore di Dio e dei suoi misteri, accelerò: “Sappi che con te, come è stato con me, ci sarà anche una terza chiamata, poi una quarta, una quinta. Con Dio non sarai mai in pace”. Parve chiaro in me ciò che, nel quotidiano, da anni ho la grazia di contemplare in diretta in carcere: che non c’è prigione al mondo in cui L’Amore non possa aprirsi un varco.
A patto di non tappare il cuore alla Grazia.




