Era il 29 febbraio del 2016. Al terminal 5 di Fiumicino arrivarono dal Libano 97 profughi, per lo più famiglie di siriani che fuggivano dalla guerra in corso e che non avrebbero avuto modo di raggiungere l’Europa se non con i viaggi della disperazione nel mare Mediterraneo, come molti altri loro compagni.
”Fu l’inizio di una storia felice, quella – sottolinea la comunità di S. Egidio – dei corridoi umanitari organizzati dalla società civile in accordo con lo Stato italiano, primo paese in Europa ad renderli possibili, ma poi anche con Francia, Belgio e Andorra”. La Comunità di Sant’Egidio, la Tavola Valdese e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia avevano sottoscritto nel dicembre 2015 un protocollo con i ministeri degli Esteri e dell’Interno che prevedeva il rilascio di visti umanitari a rifugiati considerati ”vulnerabili” e in fuga dalle guerre. Tutto a carico delle organizzazioni promotrici che si sarebbero occupate di trovare gli alloggi e avrebbero favorito l’integrazione con l’apprendimento della lingua, l’iscrizione dei figli a scuola e l’avviamento al mondo del lavoro.
L’iniziativa ha avuto, nel corso degli anni, numerosi riconoscimenti come best practice. Ma venne salutato favorevolmente già pochi giorni dopo il primo arrivo. Il 3 marzo 2016 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò dei corridoi umanitari come di ”quella avanguardia della solidarietà” di cui è capace l’Italia, oltre ad essere un modo per osservare ”la nostra Costituzione, le carte sui diritti dell’uomo e i principi umanitari della convivenza”. E subito dopo, il 6 marzo, Papa Francesco definì quel primo arrivo ”un segno concreto di impegno per la pace e la vita” che ”unisce la solidarietà e la sicurezza”, rallegrandosi perché si trattava di un ”progetto ecumenico” di cattolici e Chiese protestanti.





