Nella quarta domenica di Quaresima, nel rito ambrosiano, troviamo il secondo dei segni caratterizzanti il Vangelo di Giovanni e con forte connotazione battesimale: dopo l’acqua della Samaritana, la luce del Cieco Nato, che si rivela dotato di una mira eccezionale, nel comprendere il centro della fede.
L’«abbronzatura» di Mosè
La prima lettura[1] ci fa trovare nuovamente la figura di Mosè, che, ad ogni incontro con Dio, per nascondere la fine della conseguenza (il viso raggiante), lo copre con un velo. Nell’introdurci al grande tema della distanza tra effimero e duraturo, approfondita in San Paolo[2], il pensiero corre alla parola che il greco utilizza per parlare della verità (ἀλήθεια): all’α privativa, segue il verbo modificato, cioè λανθάνω (“celarsi”). Come per il volto di Mosè, il contatto con la verità rappresenta una scoperta e un disvelamento, che, però, difficilmente, si dimostrano duraturi, suggerendo che essa sia fuori-portata e non dominabile.
Lo stigma della malattia
Anche la malattia, sin dal principio del brano evangelico, risulta non solo motivo di interrogazione, ma quasi diatriba nell’individuazione di una colpa, anticamera di uno dei più ampi brani in cui la disabilità diventa pretesto per parlare di peccato. Era opinione abbastanza diffusa, presso gli ebrei del Secondo Tempio, che una malattia fosse una conseguenza (diretta) del peccato. In realtà, già in altri libri biblici (su tutti: quello di Giobbe), era stato messo in discussione tale principio: quello, cioè di una retribuzione diretta tra peccato compiuto e punizione inflitta da Dio.
Dalla nascita
Nel caso specifico, però, un aspetto rendeva difficile applicargli la sapienza tradizionale. Non era semplicemente cieco (per cui poteva essere, al limite, accadde a Giobbe, essere addotto un fantomatico peccato “di cui non ti ricordi”[3]): era cieco dalla nascita. Un dettaglio che, oltre a rendere poco credibile la spiegazione tramite il peccato, rischiava di far salire sul banco degli imputati Dio in persona: perché ha sbagliato e lo ha creato, sin da principio, mancante?
Un cieco al centro
Il cieco è posto al centro dei discorsi, dai discepoli che, passando, lo notano. Il giovane non sembra affatto cercare di attirare l’attenzione. Non se ne parla in alcun modo, in tal senso. In questo caso, non è il malato che si avvicina a lui, ma, dopo un breve dialogo coi suoi, coinvolti da quell’esortazione (“Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire”[4]) , è il rabbi di Galilea a prendere l’iniziativa, andandogli incontro (così deduciamo), per sanarlo.
La ri-creazione di Gesù
Fango e saliva. Evidente richiamo alla creazione biblica[5]. Quasi un richiamo ad un compimento che, in Gesù, coinvolge anche quegli elementi che paiono essere rimasti incompleti. La venuta del Figlio, coessenziale al Padre e presente alla Creazione, sin dal principio, è l’unico che può intervenire sulla creazione. In quanto è l’unico che ne conosce i segreti. L’intervento di Cristo, in questo caso, non è una guarigione, ma una nuova creazione: il cieco non riacquista la vista, la scopre per la prima volta. Proprio la sua condizione congenita (“è nato così”) fa sì che non ritrovi la salute (con la vista), ma abbia l’opportunità di scoprire un mondo nuovo: quello che per lui era sempre stato un modo senza forme né colori, con suoni e rumori, unico ausilio per decifrarne il senso, ora, d’improvviso, è un turbinio di luci, colori, forme, dimensioni, che, prima, non era in grado di percepire e che, quindi, probabilmente, inizialmente possono averlo spaventato e confuso.
La sovrapposizione dei piani
Un miracolo che segna, probabilmente, per Gesù, l’inizio della fine. La discesa verso la sua fine terrena, l’innalzamento verso la vera Gloria, accanto al Padre. Un miracolo accettabile, perché troppo libero: va bene guarire, ma almeno, nel giorno giusto. “Come può un profeta violare il sabato?” si domandano i Giudei. “Come può un non-profeta essere ascoltato da Dio, nel guarire un cieco, così dalla nascita?” è la replica del giovane, che ora pare vederci non solo con gli occhi, ma aver guadagnato velocità di logica e ragionamento. Una destrezza poca apprezzata, costandogli l’allontanamento dalla sinagoga. Quest’ultima notizia, pressoché sicuramente, è un esempio di una sovrapposizione di piani tra la stesura del testo e l’episodio evangelico nel suo avvenire: i cristiani erano davvero cacciati dalle sinagoghe, ai tempi di Giovanni Evangelista, ma è abbastanza improbabile lo fossero ai tempi di Gesù, dato che le prime comunità, come attestato dalla letteratura apostolica, si riuniva ancora, abitualmente, in sinagoga, frequentando anche la liturgia ebraica.
Credere, sulla / alla Parola
Al successivo incontro con Gesù, per il giovane è tutto, ancora una volta, nuovo. Ora ci vede, è vero, ma prima no. Quindi, vede, per la prima volta, chi lo ha reso vedente e – per riconoscerlo – deve, probabilmente, fare affidamento proprio a quella percezione sensoriale cui si era particolarmente affidato fino a quel momento: l’udito. Forse, la voce gli è rimasta impressa. Quell’ordine perentorio, che lui ha eseguito. Tuttavia, si tratta di una voce udita una sola volta nella vita.
La verità dis-velata
«Sono-Io, che ti parlo». Difficile pensare un’agnizione, più simbolicamente densa, con parole, apparentemente, semplicissime. L’attestazione che la divinità onnipotente del dio dei Padri abita in Gesù, Verbo Incarnato e Figlio Preesistente: solo la coesistenza, nella sua persona, di quelle prerogative che scandalizzano possono spiegare, in modo credibile, la possibilità che un cieco veda. E allora, di fronte a questo, che cos’è il precetto, se non il tentativo troppo umano di piegare Dio affinché sia contenuto nella logica umana? L’unica Verità è la persona di Cristo, che si è resa accessibile per una sua libera scelta. Eppure, il suo svelarsi non riduce il mistero, ma segna una via: Dio si manifesta nella comunione, perché ci vuole con sé, Dio è Luce perché il bene viene allo scoperto, anche quando è compiuto con discrezione che dice la tenerezza della delicatezza.
Un finale agrodolce
Con il cieco nato, assaporiamo la delicatezza di Dio, che vede ciascuno di noi, prima che noi lo vediamo e – forse – prima che noi ci riteniamo “pronti” al suo sguardo. Eppure, il finale agrodolce (il cieco, riconquistata la vista, è espulso dalla sinagoga, oltreché rinnegato dai genitori) ci suggerisce di non idealizzare la fede. Non ci sconta nulla, la fede. Non mancano le persecuzioni, le esclusioni, le lotte, le incomprensioni. Una sola certezza ci accompagna. Lui, dalla Croce, la più grande delle apparenti sconfitte, non solo ha vinto il mondo, ma ci ha resi, partecipi della sua vittoria.
Rif. letture festive ambrosiane, nella quarta domenica di Quaresima, anno A (del cieco nato)
Img: Tt.se
[1] Es 34, 27 – 35, 1
[2] 2Cor 3, 7-18
[3] Gb 11, 4-8
[4] Gv 9, 4
[5] Gen 2
Testo e foto: Sulla strada di Emmaus






