Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Oh con quanta mortificazione camminava! E aveva la santa Vergine un aspetto tanto venerando e maestoso che restavano attoniti chi la miravano (I 150).
Fin da bambini ci è stata insegnata la mortificazione; essa ha molteplici aspetti che inglobano il corpo e la mente umana: in particolare dall’astenersi da un certo cibo all’umiliazione dell’amor proprio. Fra Tommaso ne parla in tante pagine (qui ci limitiamo a pochissimi esempi). Per giungere alla contemplazione di Dio – come riuscì lui e tanti altri santi – bisogna saper mortificare il proprio corpo e vincere tutte le passioni, con l’aiuto e la luce di Dio e con la costante attenzione a ogni pur piccola azione che si compie.
«E pur è vero che una fiera tigre non ha tanto bisogno di freno quanto ha la nostra misera e indomita carne, che sino gli antichi filosofi privi di fede, senza lume di Dio, conobbero questa verità: che per vivere moralmente e virtuosamente bisognava mortificar e conculcar questa carne indomita […]. Cristo nostro Signore ci ha insegnato in tanti luoghi della legge antica ed evangelica il mortificar la carne» (III 95). Gli apostoli «mortificarono la loro carne, con tanti patiboli e penitenze» (III 174), e i veri discepoli di Cristo «che furono i suoi apostoli, martiri, confessori, vergini, sostengono questa verità: con il sangue, con le penitenze, mortificazioni, digiuni si mortifica questa indomita carne ribelle alla legge di spirito» (III 226).
«E bisogna che il servo di Dio tenga sempre mortificati, soggetti questi domestici nemici: mondo, diavolo, carne, proprie passioni e altri simili nemici» (II 518). «A molti piace udir che bisogna mortificarsi, aborrir i diletti del mondo, ma pochi sono quelli che li vogliono fuggire» (II 275), anche fra i religiosi: «Cristo vi chiama alla croce, ai disagi, alle mortificazioni e negazioni della propria volontà, vi chiama alla povertà: udite la voce sua» (I 155). «E, per dir il vero, non è sotto Dio strada né via la più ampia, la più degna, la più nobile, la più cara a Dio quant’è la mortificazione» (II 127). «Qual è la tua croce? Il ben vivere, il mortificar te stesso, il conculcare le tue proprie passioni, il vivere regolatamente, come diceva l’apostolo san Paolo, il quale castigava la sua carne, facendola soggetta allo spirito» (III 147).
«L’anima non si unirà mai a Dio, né farà cosa che a lui piaccia, se non è vestita di sante virtù […]: umiltà, pazienza, odio del mondo e di tutte le cose vane transitorie, disprezzo e odio di se stesso, abbassamenti, vilipendi, mortificazione, con altre simili virtù» (II 409). «O anima devota, l’amore verso Iddio ti deve far sempre operare, stentare e faticare, patire e mortificare per amore di un tanto innamorato Iddio, che altro non vuole da te che amore» (I 193). «O beata, o felice anima che saprà per amor di Dio mortificar le proprie voglie, i propri appetiti, le proprie passioni, che saprà tener in freno tutte le male inclinazioni» (II 369). «Con la mortificazione delle proprie passioni, dell’amor proprio, del proprio parere sono introdotti alla vera vita dell’amor di Dio» (II 175).






