Il Vaticano ha dato il primo via libera alla causa di beatificazione per don Roberto Malgesini, il «prete degli ultimi» assassinato a 51 anni a Como nel 2020 da un senzatetto che lui stesso assisteva. Il cammino sarà ancora lungo ma è il primo riconoscimento dell’opera e della testimonianza di un sacerdote che in vita, nella città lombarda non ebbe sempre vita facile. Ma per don Roberto, come ha ricordato il vescovo di Como monsignor Oscar Cantoni, «i poveri non erano persone da assistere dall’alto in basso, ma nostri fratelli e sorelle da amare con una vicinanza piena».
Alla diocesi di Como è arrivato il 28 marzo scorso il «nihil obstat», la formula con la quale il Dicastero per le cause dei Santi dà il suo consenso al processo di beatificazione, un cammino al termine del quale il Papa potrà autorizzare il culto pubblico di un defunto.
Originario di Morbegno, in Valtellina, don Roberto è stato innanzitutto un bancario mancato: lavorò per tre anni in una filiale della Banca Popolare di Sondrio prima di abbracciare la vocazione ed entrare in seminario all’età di 23 anni. Dopo i primi incarichi sacerdotali in piccoli centri sul lago di Como approda nel 2008 alla parrocchia di San Rocco, nel capoluogo lariano, dove dà vita con un gruppo di volontari a un capillare servizio di assistenza per i clochard della città.
Sono anni particolari per Como, che sta balzando sotto le luci della ribalta internazionale come località «glamour» e meta di turisti da ogni parte del mondo. Questa visione patinata convive con la quotidianità di molte altre città di provincia che fanno i conti con gli ultimi, quelli «lasciati indietro», gli sconfitti. A loro si dedicano don Roberto e i suoi collaboratori, portando ogni giorno cibo, coperte, vestiti ma anche conforto umano. Ma quell’umanità malconcia non è vista di buon occhio: il comune di Como arriva a varare un’ordinanza che vuole «sfrattare» i senzatetto dal centro storico «dorato» e prevede multe per chi porti loro un piatto di minestra. Anche don Roberto rischia di incappare in questi rigori, ma non polemizza. Va avanti a testimoniare il Vangelo.
La sorte del «prete di strada» si compie la mattina del 15 settembre 2020: Ridha Mahamoudi, un senza fissa dimora che era stato più volte assistito da don Roberto, lo aspetta all’uscita della parrocchia quando sta per avere inizio la distribuzione quotidiana dei pasti, e infierisce sul sacerdote con 25 coltellate. Al processo racconterà di aver individuato nel sacerdote la causa delle sue traversie (era stato colpito da un decreto di espulsione dall’Italia): verrà condannato a 25 anni di carcere.
Anche da morto don Roberto – che in vita era stato estremamente riservato e abituato a operare in silenzio – continua a dividere. Dopo il funerale esponenti leghisti attribuiscono la tragedia all’immigrazione e all’assistenza «indiscriminata». Proprio la missione – quest’ultima – a cui don Malgesini aveva dedicato la sua vita: servire il prossimo senza distinzioni. «È stato testimone della carità»: con queste parole papa Francesco commemorò il sacerdote subito dopo il suo assassinio. «Quella morte gli ha fatto fare quello che non voleva: essere guardato da tutti ma, a fronte di tutto, dico che forse è un bene che sia stato guardato» così invece la sorella di don Roberto, Caterina, ha detto al sito Vatican news.
Cosa accadrà adesso? Il processo di beatificazione punta a riconoscere le virtù eroiche (o il martirio) del candidato e la sua capacità di intercedere presso Dio. Solitamente viene richiesto l’accertamento di un «miracolo» (ad esempio una guarigione inspiegabile) ma questa condizione non è indispensabile nei casi «martirio», circostanza in cui potrebbe rientrare la morte di don Roberto. L’istruttoria è promossa dalla diocesi locale (in questo caso quella di Como) ma spetta al papa la proclamazione di un beato.






