Alla conclusione del conclave l’8 maggio 2025, il cardinale francese Dominique Mamberti, prefetto della Corte Suprema della Firma Apostolica, è stato nominato “protodiacono”. Un anno dopo il “Habemus papam!”, torna con I.MEDIA a questo “momento commovente” e, in senso più ampio, al giorno storico dell’elezione di Leone XIV.
Imedia: L’8 maggio, ha partecipato al conclave che ha scelto Leone XIV come cardinale protodiacono, una posizione importante, poiché ha avuto l’onore di annunciare alla folla e al mondo il nome del successore di Pietro. Come ha reagito quando il cardinale Robert Francis Prevost ha annunciato che avrebbe adottato il nome di Leone XIV?
Cardinale Mamberti: All’inizio ero un po’ sorpreso, dato che nessun papa aveva portato quel nome da più di un secolo. Allora capii che Leone XIII voleva rispondere, con l’enciclica Rerum Novarum, alle questioni morali legate allo sviluppo dell’industrializzazione, e pensai che Leone XIV desiderasse ispirarsi al suo esempio per rispondere alle sfide che i cambiamenti della società contemporanea pongono alla Chiesa.
Il fumo bianco non è stato immediatamente seguito dall’annuncio. Cosa hai fatto tra il momento in cui si sono aperte le porte della Cappella Sistina e il momento in cui è apparso sul balcone della loggia?
Quando le schede vengono bruciate, dopo che il candidato eletto le ha accettate, nel camino della Cappella Sistina appare del fumo bianco; ma all’interno della cappella, l’Ordo Rituum Conclavis continua: il Papa si dirige verso la sacrestia per indossare la sotana bianca e la mucetta. Segue una breve liturgia, seguita dall’obbedienza dei cardinali, cioè ciascuno dei cardinali elettori si inchina al Santo Padre. Solo allora il protodiacono fa l’annuncio dalla Loggia delle Benedizioni.
Che ricordo ha del momento in cui è apparso sul balcone della loggia per pronunciare “Habemus papam“?
L’annuncio è stato un momento commovente, parte di un evento ancora più emozionante e accattivante: il conclave. Nella mia esperienza, il momento più impressionante è quando, con il Giudizio Universale di Michelangelo davanti ai tuoi occhi, depositi il tuo voto nell’urna, recitando il giuramento: “Invoco Cristo il Signore, che mi giudicherà, come testimone che do il mio voto a colui che, secondo Dio, considero degno di essere eletto”. Tornando all’annuncio stesso, sono rimasto colpito dall’entusiasmo della folla che riempiva Piazza San Pietro e tutta la Via della Conciliazione, tutti in attesa di conoscere il nome del nuovo vescovo di Roma. Il mormorio che si alzava dalla piazza era così forte che ho esitato un attimo, chiedendomi se la mia voce sarebbe stata anche ascoltata.
Si era preparato per questa missione storica? Aveva in mente, ad esempio, gli interventi dei precedenti cardinali protodiaconi?
No, non mi sono preparato, ma ricordo bene la notte del 16 ottobre 1978, quando, come seminarista al Seminario francese di Roma, ho assistito alla proclamazione dell’elezione di Giovanni Paolo II da parte del cardinale Pericle Felici e ho ricevuto la prima benedizione del papa polacco.
Lei era anche al fianco di Papa Leone XIV quando ha pronunciato il suo primo discorso. Cosa ti ha colpito di più di quel primo discorso?
Le prime parole del Papa si sono concentrate sulla persona di Cristo, Salvatore del mondo e Principe della Pace, e hanno stabilito il tocco del suo pontificato. Al di là delle sue parole, ho ammirato la calma e la serenità – senza dubbio frutti della grazia dello Stato – con cui ha assunto immediatamente il suo ministero come Pastore della Chiesa Universale, incaricato di confermare i suoi fratelli nella fede e di costituire, “come successore di Pietro, (…) il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità che unisce i vescovi e la moltitudine dei fedeli”, come insegnato dal Concilio Vaticano II (LG 23).
(Aleteia)




