C’è un luogo, nella storia culturale italiana, in cui il cinema non è stato soltanto spettacolo o industria, ma esercizio di pensiero, memoria condivisa, formazione dello sguardo. Quel luogo è il Centro Sperimentale di Cinematografia, e i suoi novant’anni sono stati al centro dell’incontro ospitato a Roma Tre per la presentazione del volume *Immaginare il futuro, custodire la memoria. 1935-2025. CSC Centro Sperimentale di Cinematografia* e del documentario *Note al centro* di Costanza Quatriglio.
Più che una celebrazione, l’appuntamento promosso dal corso di Cinema Italiano di Christian Uva si è trasformato in una riflessione sul senso profondo del custodire il cinema oggi: conservare immagini, archivi, riviste, saperi, ma soprattutto trasmettere una cultura critica della visione. Nei saluti istituzionali, Enrico Carocci e Gabriella Buontempo hanno richiamato il ruolo del CSC come presidio culturale unico nel panorama italiano, capace di attraversare epoche, linguaggi e trasformazioni tecnologiche senza perdere la propria identità.
Al centro dell’incontro l’intervento di mons. Dario E. Viganò, che ha ripercorso la storia editoriale del Centro come una vera e propria “biografia intellettuale” del cinema italiano: dalle intuizioni fondative di Luigi Chiarini e Umberto Barbaro alla stagione del neorealismo, dal dialogo con la televisione negli anni Sessanta fino alla sfida contemporanea della digitalizzazione e dell’accesso aperto agli archivi. «Il CSC non ha soltanto attraversato la storia del cinema italiano», ha detto Viganò, «ma ha costruito le forme per pensarla, raccontarla e trasmetterla alle nuove generazioni».
Accanto alla dimensione storica, il documentario di Costanza Quatriglio ha restituito invece il volto più emotivo e umano del Centro: corridoi, pellicole, testimonianze, frammenti di memoria che diventano racconto collettivo. Un viaggio dentro un’istituzione che, a novant’anni dalla sua nascita, continua a interrogarsi sul futuro del cinema senza smettere di custodirne l’anima.





