Dei suoi problemi di memoria, me ne ero accorto tanti anni orsono. Quando mio fratello, un giorno, disse d’essere preoccupato per i vuoti di memoria di mamma, gli chiesi delucidazioni: “Ultimamente si scorda le cose: dice che non lo sapeva, che non glielo avevamo detto, che non è stata lei a spostare i fiori. Soltanto i nomi delle bambine non dimentica”. Finsi di mostrarmi agitato ma, nell’intimo, mi grattavo il cuore dall’allegria: la mamma, per quanto sia zingaro, la conosco abbastanza bene. Lo guardai: “Solo adesso ti sei accorto? Sono quarant’anni che mamma soffre di un’amnesia congenita”. Mi guarda con sguardo smarrito: “Ma cosa vai dicendo?” Glielo spiego: “Avevo cinque anni, sono tornato a casa con la prima nota. La mamma mi guarda, me lo giura: Stavolta ti perdono, ma è l’ultima volta. Ricordati!” Abbassai il capo, contrito e avvilito. Tre settimane dopo, ne combinai un’altra. Mi mise il cuore al muro: “Marco, sappi che questa è l’ultima volta: la prossima, è finita”. Le giurai una conversione immediata. “Dopo tre mesi, le riferirono di una furberia che feci coi miei amici nella bottega della Giulietta. Mi portò in camera, arrabbiatissima: “Fà quel che vuoi, sappi che è l’ultima volta che ti perdono. La prossima, ciao!” La lista dei miei casini fu lunga da snocciolare, il risultato non cambiò: “Vedi – dico a mio fratello – meno male che la mamma ha grossi problemi di memoria. Se ancora mi ama, è perchè si scorda che la volta scorsa aveva giurato che sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbe perdonato. Me lo ripete ogni volta ma poi si dimentica e io, immeritatamente, mi salvo”. Sono un sopravissuto del suo amore. Adoro quest’amnesia di madre: è il mio contratto a tempo determinato con l’amore. Che, per manifeste amnesie di madre, corrisponde ad un contratto a tempo indeterminato nel suo cuore.
La situazione, negli anni, è peggiorata. A quest’amnesia congenita – che io, da genio, le avevo diagnosticato anzitempo senza avere studiato neurologia – si aggiunge, ultimamente, un’altra falla nella sua persona: non mi ero mai reso conto di quanto fosse bugiarda. Eppure, quando turbato ci penso, ricordo ch’è stata lei, arrampicandosi sui proverbi, ad avvisarmi circa le gambe corte delle bugie: «Le bugie hanno le gambe corte, ragazzi!» era il mantra di casa. Lei e la madre, la nonna, iniziarono nell’Era del Biberon a darci lezioni sulle frottole: «Una bugia può funzionare oggi però non ha un domani» sostenevano. La galera accredita loro una percentuale di ragione incalcolabile: la scorciatoia è un trucco che tanti maledicono dopo averla percorsa. Fatto sta che, pur avvisandoci sul rischio delle bugie, mamma continua a raccontarne un’iradiddio. Qualche anno fa, per mesi, le chiedevo: “Mamma, come stai? Ti vedo stanca, hai poca resistenza, fai fatica a fare le scale”. Lei, mascherata, sbuffava: “Non devi fare altro che trovarmi magagne tu. Sto benissimo!” Così bene che, una notte, soltanto un medico con fiuto felino la salvò, prendendole per i capelli il fisico malridotto. “Erano mesi che stavo male, ma non volevo che vi preoccupaste: siete sempre in giro per il mondo” ci disse. Bugiarda di natura, continuò con papà: “Mamma, hai dormito stanotte? Ti vedo sfinita” le dissi mesi fa, quando papà soffriva da non dormire, da non lasciare dormire. “E’ stato bravissimo papà stanotte: ha dormito sempre”. Poi, venivo a sapere ch’era stata sveglia tutta la notte. L’altra sera: al dolce mancava una fetta. Lei, subito: “Non preoccupatevi, a me non piacciono i dolci” disse. Lei, i dolci, li adora alla follia: basterebbe guardare come saluta le spumiglie quando varca la soglia di una pasticceria.
Smemorata e bugiarda è nostra madre. Eppure «più la guardo e più mi sembra bella (…) Ah, se fossi pittore, fare tutta la vita il suo ritratto» (Edmondo De Amicis, 1882). La sua smemoratezza è la ragione della mia fortuna: le sue bugie sono conseguenza di un amore illimitato. Non la merito una donna così, ma ne ho così bisogno da tenermela stretta. Ringraziando Dio (e papà) per avercela fatta incontrare. Nella nostra vita (non dico bugie) fa le veci di Dio in persona.






