Un santo che, in vita sua, facesse di tutto per farsi riconoscere, sarebbe un santo assai dilettante: il santo, per natura, quand’è in vita viaggia “in borghese” in quanto al farsi riconoscere, al brillare di luce propria. Somiglia assai al vento: non ti accorgi del vento – sia esso un refolo o una soffiata effervescente della Bora di Trieste -, ma ti accorgi delle conseguenze che esso produce. Ti accorgerai di lui quando è passato. I santi, mentre sono in vita, vivono vite comuni, al limite estremo dell’anonimato. Dell’inconsapevolezza: “Ma non dire sciocchezze, che il mondo scoppia a ridere” avrebbe risposto, forse, Camillo de Lellis a chi provava a dirgli ch’era un santo mentre era vivo. Lui, la sua storia, la conoscenza così a fondo da apparire indegno anche solo a destare il sospetto di fare cose eroiche nel suo astruso quotidiano. Lui e tutta quella combriccola di gente che affolla il calendario liturgico della santità. Non sono stati esentati dal peccato, non hanno eluso la miseria, qualcuno visse dei giorni pure nel malaffare. A partire da ciò, lo scrittore Oscar Wilde scrisse che «ogni santo ha un passato e ogni peccatore ha un futuro». Fare del bene, insomma, per qualcuno è così spontaneo, è stato così spontaneo, d’apparirgli ridicolo sentirsi dire che stava facendo cose che per i più appaiono eroiche, straordinarie, sovrumane. Divine. La Chiesa, perchè non si dica che “quando muoiono sono tutti santi”, si è data delle regole ferree per accasare qualcuno dentro il condominio della santità riconosciuta: è questione di devozione, di miracoli, di un qualcosa che metta in crisi la scienza in fatto di risultati. Sta di fatto che nessun miracolo sarà mai riconosciuto se non dedichi attenzione ai piccoli dettagli che potrebbero avergli dato un inizio. Le sue radici.
Me lo disse sottovoce, commossa: «Ero sul punto di mollare la vita e Alex mi ha aiutato a trovare un senso alla malattia». Un altro: «Ero disperato e lui mi ha dato una ragione per continuare a lottare». Un’altra ancora: «Per me era un santo senza aureola: si consumava per darsi tutto a tutti». L’Alex in questione è Zanardi: le espressioni sono confessioni pubbliche di gente anonima mentre era in attesa del feretro. In un’ora ne raccolsi sette. Nel mentre le ascoltavo, faceva capolino l’immagine della classe media della santità cantata da Papa Francesco sulle orme di Joseph Malègue: «Io vedo la santità nel popolo di Dio, una santità quotidiana. C’è una “classe media della santità” di cui tutti possiamo far parte». È una santità nascosta e feriale, fatta di piccole cose ordinarie, ambientata nel grigiore di tutti i giorni, senza clamore, gesti d’altare. È questione di tenere aperta la porta, nonostante le imperfezioni, alle incursioni divine. Il divino, poi, resterà sempre più una questione di naso che di occhi: non si vede, non si tocca. Rimane impercettibile. Quando parla, se parla, lo fa sottovoce, scansando le smancerie idiote e gli inviti cretini del mondo. Pare quasi eretico pensarlo, ma non lo è per nulla: “E se Zanardi (da Castel Maggiore), un giorno, diventasse santo?” Come, manco qui è per nulla scismatico il pensiero: “Se Sammy Basso, un giorno, lo diventasse?” Serviranno anni, forse secoli, servissero anche millenni non sarà il tempo il problema: «Ai tuoi occhi (Signore), mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (Sal 90,4). Il problema sarà di riconoscere che, sottovoce, hanno trasformato una povertà in ricchezza. Con l’aggiunta d’avere aiutato vite a rinascere mentre erano sul lastrico della morte.
La santità non è un’illusione per anime pie, per cuori devotissimi, per ultras della fede: è una possibilità per tutti. Il fatto, poi, che la Chiesa ne decreti uno su centomila, non cancella l’idea che tutti lo possano diventare. Incominciando dal cambiare una povertà in ricchezza. C’è chi i Dieci Comandamenti te li sa citare a memoria e chi i Dieci Comandamenti li mette in pratica ogni giorno senz’averli mai letti. Senza sapere che sono tali.
E se Alex (da Castel Maggiore) un giorno.





