Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Fu posto nome Gesù al Figliol di Dio, sì come fu annunciato dall’angelo (I 165). Furono accettati questi doni [dei magi] dalla gran Madre di Dio a nome del Figlio (I 358).
Il nome distingue una persona da un’altra e penso che tutti (anche se talvolta è “strano” e quindi non facilmente riscontrabile in altri) ci siamo affezionati, sentendolo come parte di noi stessi. Per gli ebrei significa l’individualità concreta e personale, cioè “lui e non un altro”: Dio infatti dà un nome alle creature e incarica Adamo a darne uno a ogni animale [Gen 1-2], e noi talvolta diamo un nome beneaugurante o che ci ricorda una persona cara. «Nel nome di Gesù» quanto bene è stato fatto, ma anche quanti tormenti patiti dai santi, specie dai martiri da parte di chi osteggiava questo nome!
«Gesù vedeva [nell’orto degli Ulivi] che gli dovevano dar morte atroce, e perseguitar il suo santo nome con dar morte a tanti martiri e vergini» (I 153). «I principi dei sacerdoti cercavano di annichilare il nome di Cristo perché in ogni luogo si ampliava la fede santa: e incarceravano, flagellano, facevano morire chi confessavano il nome di Cristo. E già avevano dato autorità a un Saulo, che puoi fu Paolo, che andasse in Damasco con autorità suprema di incarcerare, di distruggere il nome di Cristo» (I 302). «Tanti santi padri e tanti martiri per il nome suo hanno patito tormenti e martìri e fatto cose inaudite nel mondo per amor suo» (I 222). «E il beato Egidio, compagno di san Francesco, al solo nome di Gesù andava in estasi fuori di se stesso: e questo nasceva dall’amore, e con l’amore si univa a Dio» (I 558). «E che il Signore sia dolce non vi ricordate del patriarca Francesco che si lambiva le labbra al solo nome di Gesù, parendogli d’averle immelate?» (II 226).
«Altre volte il solo veder l’immagine del suo Signore, a sentir a nominare il suo santo nome, o del cielo o del paradiso, tutta s’accende [l’anima] in contemplazione» (II 198). «Io non ti dirò il numero dei miracoli, perché sono tanti e tali che ci vorria un mare d’inchiostro e tutta la carta di Germania per scrivere le meraviglie che ha operato Dio nei suoi servi e serve […]: morti resuscitati con altr’infiniti miracoli che rende stupore e meraviglia nel nome di Cristo» (III 89-90). «E io nel nome suo [di Gesù] le invito non in grandezze, in spassi, ma le invito alla solitudine, alla mortificazione delle proprie passioni, alla croce, ai patiboli, alle infermità, perché finalmente gusterete quello che gustava il profeta santo, quando diceva: “Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, più dolci del miele per la mia bocca” (Salmo 118,103)» (IV 129-130).





