Il Papa riprende, oggi, nell’udienza Generale in Piazza San Pietro, il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II” e incentra la sua meditazione sul tema: Costituzione Sacrosanctum Concilium. Il rito, il segno, il simbolo. Tre parole chiave per la Chiesa. Tutte e tre importanti. Ed è su questi tre lemmi che il pontefice concentra l’attenzione nel suo discorso. Ricorda come il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, “ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge” precisa il pontefice. E ricorda come il Mysterium fidei “si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere”.
“E’ il rito che dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo.Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore”, dice il pontefice. E aggiunge: “Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede”.
Ma cosa è rito? Papa Leone XIV ci parla di “sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale”.
Ed è nel rito che “sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo”. E sempre rito ha una sua particolare “grammatica”: segni e simboli propri della liturgia. Richiama il Catechismo della Chiesa Cattolica che approfondisce il valore di questi segni, ricordando che “il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo”.
Il Pontefice si sofferma sul segno dell’acqua: “dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione”. “Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. Ma, in realtà, precisa il pontefice il “segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori”. I simboli, inoltre, “hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali”.
“Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia – conclude Papa Leone – curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo”.





