La basilica era ormai distrutta. Fatte le immagini, raccolti i reperti, studiate le possibilità si era deciso per la ricostruzione che ricalcasse le forme antiche e con la maggiore possibilità di recupero. San Paolo Fuori le Mura doveva tornare a risplendere dopo la catastrofe della notte del 15 luglio del 1823. Il Papa aveva dato l’avvio al progetto. Ma non era certo un cantiere comune.
Per conoscere meglio questa storia di Roma e della Chiesa c’è un saggio di Nicoletta Marconi che fa parte del volume, San Paolo fuori le Mura 1823. Incendio e ricostruzione a cura di Roberto Regoli, Ilaria Fiumi Sermattei.
Nel suo testo la Marconi racconta il cantiere nei dettagli, con una rara passione cronachistica.
Il cantiere viene avviato nel 1825. Venne scelta la riedificazione in pristinum e affidata a Pasquale Belli, architetto, Andrea Filippi e Pietro Bosio.
E fu il Papa a decidere con un Chirografo del 18 settembre del 1825. Scrive Marconi:”Con esso si sancì l’adozione della «maniera antica-moderna assai buona», che sottendeva all’uso di pratiche edificatorie tradizionali”.
La Commissione speciale deputata alla riedificazione della basilica di San Paolo, era presieduta dal cardinale Giulio Maria della Somaglia, con segretario l’abate Angelo Uggeri. Si doveva rimediare alla drammatica devastazione del sacro edificio: “il muro della navata nord era crollato; i muri perimetrali del transetto e delle navate risultavano pericolanti; le colonne della navata centrale erano cadute, comprese le tredici antiche di pavonazzetto’. A una prima ispezione, molte delle colonne superstiti risultarono calcinate e fratturate e, dunque, non più in grado di assolvere alla loro primaria funzione strutturale. Tecnici e amministratori si interrogarono sull’opportunità di sostituirle integralmente, oppure di recuperare quelle meno compromesse’ mediante “impellicciatura” con marmi di spoglio, sostenuta da Leone XIII come doveroso atto di perpetuazione della memoria. Sulla fattibilità di tale recupero furono interpellati alcuni esperti scalpellini, quali il “pietrajo” Francesco Sibilio, Vincenzo Magnani, i fratelli Egidi, Angelo Ugolini, Tommaso Della Moda, Luigi Ravaglini e Camillo Focardi”.
Ecco che arrivano le maestranze. Dalla teoria si deve passare alla pratica e “Il «cardinale Camerlengo Pier Francesco Galeffi, vescovo di Albano e Camerlengo di Santa Romana Chiesa- ordinò che sieno dissotterrati i rocchi delle colonne di granitello, che giacciono fra i ruderi dell’antico Tempio di Venere e Roma |…] per essere sostituite a quelle della nave trasversa […]»’. Nel dicembre 1831, furono cavati dalla chiesa di Santa Francesca ai Fori ben 1386 carrettate di pietra e 39 rocchi di granitello”, mentre altri marmi vennero acquistati contestualmente alla forniture di travertino per la impiallaciatura delle colonne”.
Insomma recupero e ricostruzione secondo un criterio di riutilizzo anche di marmi romani.
La Marconi racconta lo sviluppo del cantiere anche attraverso la pianificazione del lavoro, delle spese, dei materiali nuovi come ad esempio la scelta delle tegole per il nuovo tetto.
E c’è poi da ricordare che la Fabbrica di San Paolo dovette chiedere sostegno alla più famosa Fabbrica di San Pietro.
Una collaborazione iniziata nel Settecento con il contributo di esperti mosaicisti e artieri sanpietrini che venne rinnovata per volontà di Papa Leone XII, e “si rivelò risolutiva nelle fasi più impegnative del cantiere paolino. Il 2 gennaio 1827 per poter procedere all’installazione delle colonne del peristilio della nave grande, Pasquale Belli chiarendo che, pur essendo state già acquisite «quattro mute di tra-glie di metallo […] sufficienti per la maggior parte delle operazioni che si dovranno fare per calare a terra ed innalzare massi di pietra, e colonne», considerando che «in cinque di queste operazioni occorrerà impiegare più mute di traglie, e non convenendo moltiplicare la vistosa spesa, che si verrebbe ad incontrare coll’ordinarne altre simili […]», propose di chiedere alla Fabbrica di San Pietro «quattro mute di metallo sufficienti per la maggior parte delle operazioni che si dovranno fare per calare a terra ed innalzare, massi di pietra e colonne”.
Il cantiere andò avanti e solo nel 1880 con la definizione di Roma Capitale e lo scioglimento della Commissione cambiò tutto. Nel 1890 inizia il cantiere del quadriportico che si conclude solo nel 1913. Finita l’epoca dei Pontefici Roma cambia. E anche lo stile dei cantieri. (ACI Stampa).






