E’ salito ad oltre 2.700, di cui 380 le morti infantili, il numero dei decessi e a 5.514 i casi confermati e, da quanto si apprende dall’ultimo bollettino dell’Istituto nazionale di Sanità pubblica (Insp) e basato su dati raccolti fino al 22 agosto, il tasso di letalità si attesta al 47,9%. Gli altri dati forniti preoccupano ulteriormente, perché 808 pazienti sono in isolamento o ricoverati in ospedale, mentre la percentuale di contatti delle persone infette si attesta all’83,4%. Al momento risultano guariti 1.200 pazienti. Tre decessi su quattro avvengono all’interno delle comunità e non nelle strutture sanitarie,un dato che evidenzia quanto sia difficile per molte persone accedere in tempo alle cure.
Sei le province più colpite: Ituri, Kivu del Nord, Haut-Uélé, Tshopo, Bas-Uélé e Kivu del Sud. Il raro virus che ha causato la rapida diffusione e un numero così alto di decessi si chiama ‘bundibugyo’ e si diffonde facilmente perché i suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie, come la malaria. Infatti secondo l’Africa Centres for Disease Control and Prevention sarebbe stato individuato soltanto il 10% circa dei contatti potenzialmente esposti, mentre circa 4 nuove infezioni su 5 sono rilevate al di fuori delle catene di trasmissione conosciute, evidenziando così la portata della diffusione non rilevata.
Purtroppo gli sforzi per contenere l’epidemia sono ostacolati dal conflitto tra il governo e i gruppi ribelli, che controllano città chiave nella zona di crisi. A questo si aggiungono gli attacchi contro il personale medico e le strutture sanitarie, la presenza di una popolazione di lavoratori itineranti e di sfollati a causa del conflitto armato e, non ultima, la mancanza di strutture di accoglienza. Per arginare la diffusione del virus il Regno Unito ha stanziato fino a £ 20.000.000; lo stesso ha fatto il dipartimento di Stato degli Usa con $ 112.000.000 in aiuti bilaterali per screening, tracciamento dei contatti e diagnostica. Anche l’Unione europea ha previsto aiuti per € 15.000.000. Secondo Save the Children “a 120 giorni dalla dichiarazione del 15 maggio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo almeno 180 bambini sono rimasti orfani, perdendo entrambi i genitori o i principali caregiver: una media di quasi due bambini al giorno. La maggior parte di loro è oggi assistita da parenti o accolta temporaneamente in strutture statali, in attesa di trovare una soluzione familiare a lungo termine. Ma sono migliaia i minori che hanno perso un genitore o una persona che si prendeva cura di loro e che rischiano di affrontare conseguenze profonde e durature”.
Per comprendere meglio la situazione abbiamo contattato il dottor Christian Mavindi, che opera nell’ospedale della regione di Mayumbé, per farci raccontare la congiuntura sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo: “La situazione sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è attualmente catastrofica ed è stata classificata come un’emergenza internazionale. Infatti, il sistema sanitario nazionale è al collasso, stremato da decenni di conflitti strutturali, povertà e malnutrizione. Oltre alle minacce endemiche di malaria, colera e morbillo, il Paese è flagellato da una nuova epidemia del virus ‘Ebola’ da più di 4 mesi. Nei nostri ospedali lottiamo ogni giorno a mani nude senza presidi biologici. Da noi, nell’ospedale di Mayumbé, la situazione epidemiologica è ormai fuori controllo a causa del flusso insostenibile di pazienti e dell’isolamento logistico provocato dall’insicurezza”.
Chi colpisce Ebola?
“L’’Ebola in corso appartiene alla rara variante ‘bundibugyo’ (più letale ) e colpisce tutti, ma si accanisce nei vulnerabili, come minatori e popolazione non protetta, ma sopratutto negli operatori sanitari, sempre in prima linea senza protezioni. Dall’inizio dell’epidemia di Ebola, maggio di quest’anno , abbiamo superato, a livello nazionale, i 5.500 casi ed oltre 2.600 decessi. Aggiungo che il tasso di mortalità sfiora il 48% e che la variante attuale non dispone ancora di vaccini o trattamenti standard approvati. Inoltre, un tributo altissimo è pagato dagli stessi operatori sanitari, esposti al contagio a causa della carenza di dispositivi di protezione individuali idonei”.
Nonostante gli stanziamenti di molti Paesi, perché la situazione in questo Stato non fa più notizia in Europa?
“Dopo 30 anni di guerra nella Repubblica Democratica del Congo, l’opinione pubblica si è adattato ad una crisi percepita come ripetitiva con le stessi notizie : guerra, povertà, epidemia… Oggi l’attenzione dei media europei è tornato a riportare le notizie dei conflitti più vicini, come in Ucraina ed in Medio Oriente. Inoltre, l’insicurezza ed i veti dei gruppi armati bloccano il lavoro dei giornalisti sul campo”.
Infatti c’è anche la notizia di una ripresa della guerra?
“Sì, i combattimenti nell’est del Paese, in particolare nelle province del Nord-Kivu, Sud-Kivu e Ituri, hanno subito una drammatica e violenta escalation”.
Però quale è l’aiuto che la Chiesa offre alla popolazione?
“La Chiesa cattolica rappresenta la principale rete di speranza per la popolazione congolese. Laddove lo Stato è totalmente assente, le diocesi, le parrocchie e le congregazioni religiose gestiscono ospedali, centri di isolamento per l’Ebola, orfanotrofi e scuole. Oltre all’assistenza sanitaria de alla distribuzione di cibo agli sfollati e orfani tramite la Caritas, la Chiesa svolge un ruolo importantissimo attraverso la denuncia instancabilmente delle violenze, promuovendo accordi di pace locali e sostenendo un dialogo nazionale inclusivo per la riconciliazione”. (ACI Stampa).






