Anche stavolta, la liturgia ci accompagna per mano fino al limitare dei campi, ci mostra il lavoro dei contadini e il buon senso delle persone semplici.
Legge e buon senso contadino
«Fratelli, chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge?»
(1Cor 9, 7-8)
Fa sorridere soffermarci su questi interrogativi, che, forse, paiono tanto scontati da essere palesi e da rivelarsi assurdi, qualora si avverasse l’esatto contrario. Non avrebbe senso fare la fatica di occuparsi di una vigna, per poi non goderne i frutti. Sembra – sin da subito – uno spreco di energia. Lo stesso dicasi nell’accudire un gregge, senza prenderne il latte. Ancora peggio, forse, il servizio militare, in quanto, nella mentalità contemporanea, andare in guerra pagandosi l’attrezzatura è un’usanza talmente antiquata da risultare un ossimoro.
È interessante, tuttavia, notare che lo stesso Paolo insiste nel sottolineare che questi sono precetti della legge mosaica[1], non semplice buon senso: il riferimento va quindi oltre la questione in sé, nel suo senso letterale.
Oltre la lettera
Abbiamo la fortuna di leggere, come in presa diretta, un’esegesi deuteronomica ad opera dello stesso Paolo: non si tratta, evidentemente, solo di buoi e campi. Allargando lo sguardo alla realtà ecclesiale, ecco che l’Apostolo se ne serve per evidenziare l’equiparazione tra lavoro e rendita. Se l’intento è spirituale, è forse illegittimo attendersi un guadagno di tipo materiale? In realtà – e avrà modo di ritornarci, nella lettera a Timoteo[2] – sarebbe ragionevole pensarlo. In questo punto, però, è esplicitato che, di questo diritto, Paolo sceglie di non usufruire. Come in altre occasioni[3], emerge la volontà di mettere al centro l’opera di Dio, non la propria. E l’opera di Dio è un’opera che parte già iniziata, come del resto, però si può dire di ogni vita. Perché non partiamo mai da zero, ma ci troviamo, inevitabilmente, ad essere nani sulle spalle di giganti[4].
Il contadino generoso
Anche nel vangelo, ritorna l’immagine contadina, nello specifico di chi sia intento al lavoro della semina. Al di là dell’esplicazione specifica che possiamo trovare già all’interno del brano evangelico [5], che si sofferma sulle analogie tra i terreni e l’accoglienza del seme, l’aspetto più affascinante è proprio il seminatore stesso e il suo atto di semina. La mano del seminatore va ad attingere alla bisaccia, una, due, tre volte. Attinge e cammina, attinge e cammina. La plasticità e la bellezza di questo gesto, semplice, metodico, prodigo, ripetitivo, audace, persino irrazionale, ha affascinato i pittori di ogni epoca, soprattutto – significativamente! – i più tormentati e riflessivi dell’età moderna.
Una pianificazione alternativa
Se ci mettiamo a seguire il gesto del contadino, lento e ripetitivo, notiamo un’iperbole. Questo contadino non si pone limiti. Probabilmente, se l’avessimo ideata noi, la parabola sarebbe molto più breve nella sua applicazione, ma un po’ più lunga nella sua pianificazione. Individuare il terreno migliore, dopo complessi studi chimici, ingegneristici, batteriologici. Magari qualche carotaggio, per verificare la tenuta del terreno. Solo allora, dopo opportuni calcoli, si penserà, dunque, al quantitativo opportuno di semi, in relazione alla fertilità del terreno e lo si seminerà nel periodo della giornata meno caldo per ottimizzare anche gli sforzi fisici necessari all’operazione manuale. Così facendo, però, nulla arriverebbe, né sulla strada, né tra i sassi, né tra i rovi.
Generosità, oltre ogni ragionevolezza
Il ritratto che, invece, ci regala il vangelo matteano ha un potere poeticamente rivoluzionario, che è forse amplificato dalla lettura contemporanea. Il seminatore semina, ovunque. Anche dove è improbabile che germogli qualcosa. Anche dove pare che siano tempo e fatica sprecati. Il ritratto che giunge a noi è, quindi, di un uomo che non ha paura di spendersi, fino al limite, fino all’inutile, fino alla vanificazione delle proprie forze. È l’apoteosi dell’anti-contemporaneo.
In un mondo che rincorre l’efficientamento energetico, oltreché economico, l’invito evangelico è allo spreco: di forze, di energie, di volontà. Il seminatore non ha paura di darsi, in ogni modo, tempo e luogo, senza farsi imbrigliare dalla pianificazione ossessiva, prima dell’azione. Il seminatore esce a seminare. Affonda la mano nella bisaccia, attinge e largheggia: tra i campi, tra i sassi, per strada… ovunque possa esserci anche solo una speranza, lo spazio è sufficiente per potersi impegnare.
Rif: letture festive ambrosiane, nella VII domenica dopo il Martirio del Precursore
Fonte immagine: Il seminatore, Jean-François Millet (Boston, 1850)
[1] Cfr. Deut 25, 4
[2] Vd 1Tim 5, 18
[3] Ad esempio, nella periautologia di Fil 3, 4-21, in cui sceglie di rinuncia ad ogni giustificazione secondo la legge mosaica, pur potendone abbondantemente fruire.
[4] Bernardo di Chartres (Metalogicon, Giovanni di Salisbury, 1159)
[5] E questo è, significativamente, un unicum di tutti i quattro vangeli





