Due donne. Due mamme. Sedute fianco a fianco: vicine, vicinissime. A ricucire, con il filo prezioso del perdono, il cuore gonfio, le ferite per quei figli perduti in una terra martoriata dall’odio che strappa l’anima e il sogno di sanare le fratture con il cemento della parola e del dialogo.
Sono state loro le prime protagoniste del Meeting di Rimini che ha aperto la sua 46/a edizione: Layla al-Sheik musulmana di Betlemme che ha perso un figlio piccolo, Qusay nella seconda Intifada e Elana Kaminka, israeliana madre di Yannai, soldato ucciso il 7 ottobre del 2023. “Potevamo iniziare con tante analisi” politiche, economiche, culturali ha introdotto il loro incontro ‘Madri per la Pace’ il presidente della Fondazione Meeting, Bernhard Scholz, condividendo l’appello di Papa Leone per il cessate il fuoco a Gaza e in Israele. “Abbiamo scelto” di aprire raccontando che “esistono deserti ma esistono luoghi dove costruire e costruire insieme. Che è possibile portare linfa vitale nei deserti e soprattutto conciliazione nei deserti della guerra. Queste due madri avrebbero avuto tutte le ragioni per chiudersi nel rancore, invece hanno scelto la strada della riconciliazione: una cosa non scontata”.
E loro due – davanti a una platea attenta e commossa, che non ha lesinato applausi, composti e discreti – hanno portato in scena, senza fare sconti, le proprie vite intrecciate dal dolore e dalla rinascita. “Yannai – ha raccontato Elana – era mio figlio ma è stato per me anche un insegnante, non aveva ancora 21 anni quando ce lo hanno portato via. Ho preso il suo esempio: devo cercare io di portare il cambiamento, non solo parlare ma portare avanti il cambiamento” anche attraverso l’associazione Parent Circle, “che può arrivare solo con la pace”. Parole che scivolano accanto a quelle di Layla al-Sheik. “Dopo 16 anni dalla morte di mio figlio – ha ricordato – ho incontrato una persona amica che mi ha invitato a una conferenza” di Parent Circle: inizialmente “mi sono sentita a disagio, ma poi ho visto qualcosa di incredibile, perché ho visto palestinesi e israeliani, parlare insieme, dialogare, ridere insieme, era la prima volta nella mia vita che assistevo a una scena del genere.
Ho sentito anche gli israeliani parlare di come avevano perso i loro cari, i loro figli: era la prima volta che li vedevo come esseri umani, era la prima volta che ho provato profondamente il senso di condivisione delle stesse lacrime, della stessa sofferenza, perché siamo tutti umani”. Umani. Invitati a superare lacerazioni, paure, rabbia. “Tutto quello che sta succedendo è spaventoso – ha sottolineato Elana – stanno avvenendo cose orribili che negli ultimi mesi sono diventate sempre più terribili. È importante riconoscere la paura ma è possibile vivere fianco a fianco coi palestinesi, lavorare con loro”. Anche perchè, ha scandito “le generalizzazioni sono estremamente pericolose: bisognerà convivere, coesistere insieme per sempre e bisognerà che succeda perché non c’è altra possibilità”.
Prendendo le distanze – se del caso – dai vertici israeliani e palestinesi. “Ho condannato Hamas perché quello non è l’Islam in cui credo – ha spiegato la mamma musulmana -: credo che Dio parli sempre di pace. Per molti anni ho perso la fede e poi un giorno ho cominciato a pensarci e mi sono resa conto che il problema non è Dio, il problema sono le persone, sono quelle persone che cercano di spiegare le cose semplicemente con le loro idee”. Concetti che si sovrappongono a quelli della mamma israeliana. “Questo governo”, quello che sta guidando la Terra Santa “credo abbia dimostrato molto spesso la mancanza di rispetto per la vita. Ci sono così tante vite che vengono assolutamente non considerate e la vita nell’ebraismo è sempre stato il valore più importante”. Non riconoscere “questo valore – ha concluso – dimostra che le persone che adesso sono al potere non capiscono veramente quali sono i valori fondamentali della nostra religione“. (ANSA).






