E’ accaduto qualche giorno fa. Era già capitato qualche altra volta: dunque sarà molto più facie che accada ancora piuttosto che se non fosse mai accaduto. L’uomo, poco più che ragazzo, stava seduto accanto ad un altro uomo: di quest’ultimo sapevo la divisa che portava. Più una missione che un lavoro la sua. Il ragazzo, invece, usciva da una lunghissima stagione di galera durante la quale – generosità della vita – gli incontri fatti l’avevano allenato a ragionare diversamente. Ovvero: “D’ora innanzi dovrò fare in modo che tutto ciò che mi è accaduto possa diventare una sorta di bene per me”. Nel mezzo dell’incontro, lo invito sul palco: a raccontarsi, a raccontare la sua storia, a condividere con il pubblico che il vizio supremo non è ma il male bensì la superficialità. Dalla quale nasce poi ogni forma di male. Il pubblico era attonito: la faccia da seminarista del ragazzo, tante cose lasciava pensare ma non ad una ventina d’anni passati dentro la cella d’un carcere.
Mentre parla, l’uomo che gli era seduto accanto segue interessato. Lo vedo curioso, a volte ha gli occhi lucidi, io che conosco la sua professione per il fatto che me l’ha raccontata prima dell’incontro (e del ragazzo conosco la storia) mi godo la diretta di questa scena d’alta cinematografia: il brigante sul palco, il poliziotto in sala, la vita a dipanare la matassa. Immagino, penso, indovino. Non arrivo a prevedere che l’uomo in divisa sia il medesimo che, anni fa, ha suonato al campanello di casa di quel ragazzo per scortarlo in galera. Il ragazzo, invece, ricorda tutto. Ricorda così bene che, prima di scendere, chiude così il racconto: “Anni fa giuro che non l’avrei mai detta una cosa così: oggi ringrazio l’uomo seduto accanto a me in sala. L’ho riconosciuto anche senza divisa. Quella volta, arrestandomi, mi ha salvato. Mi sono serviti quindici anni per capirlo”.
Scende dal palco. Tempo d’avvicinarsi al suo posto e quell’uomo si alza, si abbracciano sotto lo sguardo di tutti: il poliziotto e il bandito. Pasqua è risurrezione: la fede che altri dedicano alla risurrezione dei morti, io (nell’attesa) la dedico alla risurrezione dei vivi. Le bassezze ci seducono soltanto quando ci si stanca delle altezze.

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.