Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
O cuore santo, o cuore divino, o cuore più dolce di tutte le dolcezze, quanto sei degno di lode, di benedizioni, degnissimo d’esser compassionato sopra ogni altro membro del Signore! (II 152).
Quanto è ricercata la lode dagli uomini (magari rivolta in tono ironico)! Spesso però viene data per avere un vantaggio economico o un grado sociale superiore ai propri meriti. Penso che sia buona cosa, anche per una persona umile, accettarla come segno che quanto si è compiuto viene apprezzato e quindi è uno stimolo per proseguire cercando ancora di migliorarsi, sapendo nel contempo ringraziare il Signore che si è servito di noi, e non accreditando a noi il merito. Il nostro beato scrive molto sulla lode che noi dobbiamo rendere a Dio, autore di ogni bene.
«Oh, chi fosse stato a veder e sentir quelle schiere di angioli che cantavano canti novi in lode del loro fattore!» (I 283), «adornato da santi e angioli, i quali fanno vaga e pomposa corona al suo eterno Dio, lodandolo, benedicendolo, adorandolo, cantandogli cantici nuovi in sua lode» (II 184). «Come il sole materiale sempre risplende ora in una parte, ora nell’altra, così questo sole d’amore [Dio] sempre risplende nelle anime innamorate, facendo bella e vaga armonia in lode, in benedizione a Dio, e tanto fanno intonanti le loro armonie e deliziosi i canti quanto saranno accordati con l’amore verso Dio» (II 288), «nella cui gloria restano quelle beate anime sommerse, nel cui profondo nuotano a guisa di pesce in quell’immensa gloria ove incessabilmente cantano cantici nuovi in lode del suo Dio» (II 240), il quale dice: «E che cosa cantano? Cantano cantici nuovi in lode mia, e di se stessi cantano lodi basse, vili, riconoscendo il tutto da me, perfetto musico e organista» (II 358), e «se avessero centomila corone e scettri, li getterebbero ai piedi del suo re per l’amor che portano a lui senz’alcun interesse né amor proprio» (II 165). Invece «la mala natura viziata, quando sentirà qualche cosa in propria lode o stima, si gode, si rallegra nel suo interno; e se qualcuno dice bene di lei, lo ama, l’accarezza, fugge quelli che la mortificano e la tengono in vil conto» (II 123), «come si legge di uno il quale, essendo in agonia, sentì dire: “Oh come muore bene, oh beata quell’anima che se ne vola al cielo!”; dal che il poverello, gonfiato di vanagloria, acconsentì a questa lode mondana. Ma l’anima, fatto passaggio da questa vita lacrimosa, andò dannata, la quale poi apparendo a un suo amico, manifestò la causa della sua dannazione» (II 424).






