Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Signor, in Cristo fratello, se ricordi di aggiustar tutte le cose sue in Dio e per Dio, e poi non tema le minacce del mondo, le lusinghe della carne, gli inganni del demonio, poiché, avendo Dio, di chi si può temere? (IV 194).
Molto probabilmente sarà capitato anche a noi di aver compiuto qualcosa, anche con grande nostro sacrificio, perché attirati da belle parole, da lodi o espressioni “carezzevoli”, da finte attenzioni, da promesse inattese a nostro vantaggio: ecco la lusinga, alla quale segue spesso la delusione. Di certo fra Tommaso – nella sua umiltà, senso della giustizia e grande certezza nel premio eterno – se ne sarà tenuto ben lontano, specie dalle “lusinghe della carne”.
«Il diavolo, non avendo ardire di tentare prima Adamo com’uomo, tentò la femmina come quella che sperava più facilmente ingannare e far cadere come poi fece, tenendosi certo che lei con lusinghe avrebbe fatto cadere anco Adamo. Così questi eresiarchi ti propongono la libertà del vivere, la quale è sommamente desiderata dalla parte inferiore [corpo], acciocché da queste lusinghe sia indotta a cadere anco la parte superiore e acconsenta al peccato. O stato infelice dei poveri eretici!» (III 132). «E tu pensi, o cieco eretico, con accarezzarla e lusingarla [la carne] ch’abbi da camminar per la via della virtù? Tu t’inganni, fratello e sorella carissima, perché Cristo nostro Signore ci ha insegnato, in tanti luoghi della legge antica ed evangelica, il mortificar la carne. Dopo ch’Adamo peccò, siamo soggetti a mille mali» (III 95). «Non esser così facile a creder ai tuoi predicanti, perché sono tanto pieni di senso, carne e libertà; e la tua carne, vedendosi lusingata, non sa far altro che rivolgersi nel fango a guisa d’animale immondo, e, essendo ingrassata, non sa far altro che recalcitrare contro lo spirito» (III 102), e «non credere così facilmente alle loro parole e false lusinghe» (III 137). «Io so benissimo che uomini servi di Dio e grand’amici suoi, ch’ad altro non attendevano se non a mortificar la carne con asprezze di vita, eppur quanti sono caduti! E tu, eretico, con lusingar la carne pensi d’osservare questo precetto di Dio?» (III 117). Invece «Il lume della cognizione di sé mostra che bisogna cominciar una nuova vita lontana dal senso, dal mondo, dal diavolo, e fa vedere che in queste cose non si ritrova bene, anzi vi è morte, e tanto più quanti sono gli affetti terreni, gli amori disordinati, le lusinghe della carne, le minacce e promesse del diavolo: e tutte queste cose sono tante morti» (cf. II 234).






