Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Essendo caduto il nostro primo padre, restammo ancora noi feriti e macchiati di questo veleno; ove questa nostra natura è sottoposta a tante calamità quanti sono i capelli del capo (I 328).
Un pizzico di fortuna per coloro che hanno meno di settant’anni è l’aver trovato le penne biro e quindi non essere stati rimproverati, alle scuole elementari, per le macchie d’inchiostro sui quaderni. Tante altre macchie troviamo ogni giorno un po’ su tutti gli oggetti, in particolare l’unto sui vestiti, da qualcuno chiamate “frittelle”. Ma le macchie peggiori, secondo fra Tommaso, e credo anche per ognuno di noi, sono quelle che imbrattano l’anima.
«La presenza di Dio è un raggio celeste che tiene l’anima illuminata per veder quelle cose che le possono impedire questa presenza e unione, perché l’amore unitivo è tanto delicato che ogni piccola macchia l’offusca» (III 227). «Quando il cuore, cioè l’anima, sarà macchiata, anco il corpo sarà contaminato» (IV 173). «Se Iddio mettesse in libertà un’anima che potesse andar in paradiso, ma che avesse un solo peccato mortale, più presto si getterebbe in centomila inferni che comparire nel cospetto di Dio con macchia di peccato mortale» (III 106).
«Dio, il quale guida l’anima secondo il suo beneficio, è molto geloso dell’anima, perché ogni piccola imperfezione macchia l’anima e perché Dio è purissimo, candidissimo» (II 222). «Ed era ben che quella verginella, che doveva concepire quello che era re delle vergini, fosse senza alcuna macchia di peccato» (I 328). «O specchio senza macchia, Maria mia Signora, e chi mai potrà bastantemente raccontare i favori e le grazie che avete fatto ai vostri devoti e fedeli servi, dei quali, presumendo d’essere io uno d’essi, rimarrò solo senza esse grazie e favori, e della vostra pietà e misericordia?» (II 266).
Gli eretici «dicono sfacciatamente che quello entra nel ventre non macchia l’anima, ma solo quello che vi esce; ove possono imbriacarsi, e quei pensieracci carnali e stomacosi che entrano non vogliono che macchino l’anima» (III 169); «Per cortesia, comincia un po’ a tener in freno questa tua gola con farla digiunare, castiga un po’ questo tuo corpaccio, e t’accorgerai se solamente quello ch’esce macchia l’anima!» (III 147).






