Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
I vostri morselli [pastiglie] mi fanno assai servizio e ne ho fatto parte al padre nostro guardiano, qual ancora lui è travagliato di stomaco, e vi fa riverenza (IV 148).
Tutti noi, chi più e chi meno, abbiamo avuto bisogno delle medicine, con effetti per la maggior parte positivi. Il proverbio dice: «Aiutati che il ciel ti aiuta» e ci siamo affidati ai dottori ma anche abbiamo chiesto l’aiuto, la grazia a Dio di stare bene. Ne ebbe bisogno anche il nostro fra Tommaso per la salute fisica, ma egli si preoccupa soprattutto della giusta medicina che può guarire l’anima dai vizi, per renderla perfetta.
«Il Signore compose e ordinò una dolce e soave medicina per risanar l’uomo che viveva in tenebre: questa medicina fu la luce della legge evangelica, e chi osserverà questa divina legge diventerà luce» (II 535). Parla Dio: «E perché queste ferite sono fatte da me, il medico mondano non ha ricette per tali ferite, e però sono sforzate [le anime] a ricorrere a me, medico celeste; e i loro gridori, voce, clamori sono d’amore […] E io, amore, sono sforzato di venir all’anima con medicine» (II 329). «E quell’anima che vorrà veder Iddio deve prima con ogni diligenza considerare se stessa, purificando ogni affetto terreno del fondo sopra il quale ha da fabbricar l’edificio [della perfezione]. E per dar la vista a chi patisce il male degli occhi bisogna purificare il corpo, pigliando medicine e cavando sangue: così quell’anima che vorrà profittare nella via di Dio bisogna che purghi questo corpaccio, acciò l’occhio dell’anima possa vedere il suo fine che è Iddio» (II 462). «I lumi di Dio sono come medicine per purgare dai vizi e peccati, in particolare dall’amor proprio, dalla propria estimazione e ancora da altre affezioni disordinate, le quali come tanti catarri e infermità ti tenevano in continue tenebre» (II 463). «O Dio mio, vedo che tutto questo popolo eretico segue l’appetito del senso e della carne come se fosse un febbricitante di febbre maligna, il quale desidera tutto quello che gli nuoce [… per cui] ha bisogno di pigliar medicine per evacuare questi cattivi umori, acciò la natura ritorni nel suo pristino stato» (III 157). «Nella chiesa si ritrova la medicina per risanar l’infermità: la penitenza risana per grande che sia ogni infermità» (III 177).





