Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Camminò Maria tutta quella notte: parmi veder Maria ora stanca, afflitta, tutta coperta di lagrime; parmi vedere in spirito il santo Giuseppe che consolava la verginella al meglio che poteva (I 176).
Per la maggioranza di noi “notte” significa riposo o lavoro, per altri discoteca o sballo, oppure rimembranze letterarie, specie poetiche, o rappresentazioni di celebri quadri, ecc. Tante notti “particolari” vengono ricordate nella storia: di Natale, di san Silvestro, di san Bartolomeo, dei cristalli…, e ognuna ci procura sensazioni diverse. Oltre ad avvenimenti della vita di Gesù occorsi di notte, fra Tommaso parla della “notte dell’anima”, e di chi dedicava la notte alla preghiera.
«Per esser questi santi i giorni della natività, vorrei che giorno e notte contemplassero questi alti e divini misteri» (I 150). «Era di notte quando che il santo Giuseppe prese il Figliolo di Dio con la Madre, caricando il suo asinello di robe» (I 175). «Disse anche queste celeste parole ai suoi amati figlioli, che quella notte lo averiano abbandonato» (I 203); e «quante villanie e vituperi gli facevano e quante insolenze pativa quella notte» (I 231). «O Dio, chi potrà mai capire i dolori della maestà vostra, o Cristo, in quella notte se non voi solo?» (I 231). «Così tutti santi e sante furono al più nella passione di Cristo immerse e devote, e tanto la contemplavano che per memoria di essa piangevano giorno e notte» (I 241). «Ah, Dio, io parlerò di quel vostro cuore, io piangerò dì e notte la vostra dura morte» (II 155).
«Se egli [Cristo] fece tanta penitenza digiunando quaranta giorni e notti, per qual causa tu, che sei nato in peccato e hai commesso tante scelleratezze, non vuoi digiunare, non vuoi far penitenza?» (III 197), mentre «infiniti uomini e donne d’alto stato, che per amor di Dio e di santa chiesa lasciarono gli scettri, le corone, gli imperi, seguendo Cristo in penitenze, vigilie, orazioni giorno e notte!» (III 74); «O Dio, o Dio, e chi giammai potrà resister a tante calamità che giorno e notte apporta questa nostra natura viziata e ribelle alla virtù?» (II 122).
«O felice anima quella che porgerà la passione e morte di Cristo scolpita nel cuore per meditarla giorno e notte» (I 233). «Piangi giorno e notte, sospira, gemi per amor di chi pianse per tuo amore» (I 188). «Ah, non cessino gli occhi tuoi di lacrime giorno e notte, pregando questo Dio che ti dia grazia di seguitarlo per la via dell’umiltà e dispregio» (I 205). «Se i principi terreni fanno tante guardie, quanto maggiormente le deve far il servo di Dio, che di continuo, giorno e notte, vive con i nemici in casa» (II 118). «Dio, voi siete un mare maggior d’ogni vero bene: nel cui bene sommergetemi, acciò a guisa di pesce io nuoti giorno e notte in questo profondo mare» (II 202-203). «Né mai ho letto una sillaba dei libri, ma ben mi fatico a leggere il passionato Cristo. E scriverei giorno e notte, e darei da scrivere anco a uno scrittore» (IV 151). «O Dio, io, povero verme della terra, vi domando il dono della contemplazione, acciò che giorno e notte io consumi la vita mia in contemplar i vostri divini misteri» (II 220).





