Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
[Gesù] riprendeva altri fanciulli che commettevano cose in offesa di Dio, si mostrava contrario ai figlioli disobbedienti, era lui amabile e desiderabile (I 178).
Quante offese spiattellate in faccia, o pubblicate, per i più svariati motivi, quando si potrebbero dire le cose come stanno con il rispetto dovutoalle persone (come del resto contemplato dalle leggi civili) perché sono lesive della dignità o anche dell’autorità. Talvolta – anzi spesso da chi parla senza rendersene conto, per cattiva abitudine – sono rivolte perfino a Dio e ai santi. Ma oltre alle parole, a Dio recano offesa tanti comportamenti dell’uomo, perfino il non ricorrere a lui.
«Gli angioli fedeli fecero con quelli ribelli una crudel guerra, non di spada ma di volontà, restando vincitori […] e Dio li confermò vittoriosi in sempiterno, mercé che non si lasciarono vincere dall’ambizione di regnare offendendo Dio» (III 124-125). «Non ti rammarichi in veder il tuo Dio posto in tanti dolori e affanni per tuo amore? Ancora fanciullo appena nato e sparge il sangue: e tu mai piangi? Non gemi? E non ami questo Dio? Lo offendi? Vivi spensierato? Ah, crudele, non ti accorgi che sei ingannata? Ora ritorna, anima, al tuo Iddio che patisce, sparge il sangue, piange per tuo amore. E non esser tanto crudele, ritorna al tuo Dio, perché, ritornando a lui, cesserà di piangere: essendo l’amore che lui ti porta smisurato, e quello lo fa lacrimare» (I 165).
«O Dio dell’anima mia, piango, gemo, considerando tanta cecità in creature che dovrebbero amarvi, servirvi, adorarvi. Eppure vi lacerano, vi offendono con tante ribellioni; né solo offendono la maestà vostra ma anco la vostra santissima Madre, i vostri santi, negando la loro intercessione» (III 122). «Ed essendo io [Dio] così mal trattato dall’uomo, ancora l’amo, e quanto crescono le loro malvagità offendendomi, in me tanto più cresce l’amore in amare l’uomo» (II 293); «e quando tu cerchi d’offendermi, io allora cerco d’amarti; e quando tu sei morto nel peccato, io, vivente Dio, cerco di darti vita» (II 294).
«L’amante vero sopporta di patir tutti i tormenti per amor del suo Dio, ma non sopporta d’offenderlo né d’esser separato da Dio che tanto ama» (I 179). «E non è cosa che Dio si chiami più offeso quanto commetter il peccato e di esso disperarsi e diffidarsi del perdono. Oh quanto dispiacque a Dio la disperazione di Giuda che lo tradì! […] E però, anima devota, redenta con sì prezioso sangue, se per tua mala sorte offendi Dio, almeno non l’offender col diffidare del perdono, perché questo Dio misericordioso più si chiama offeso dalla diffidenza che da quanti peccati puoi commettere» (I 271); ma Dio aggiunge: «Sebbene con la bocca confessano la fede cattolica, la negano poi con le opere, dicendo che hanno un Dio misericordioso, in modo che anco questi mali cattolici abusano della mia misericordia facendosi lecito d’offendermi» (III 173).





