”Non possiamo nasconderci dietro un dito: la voce dei papi è profetica e improntata a realismo.
Il vescovo di Roma è un’autorità morale la cui importanza si è accresciuta quando ha perso il suo potere temporale. Ma è una voce che grida nel deserto se non viene sostenuta e concretamente aiutata”. Lo sottolinea il Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in una intervista alla rivista Dialoghi, il trimestrale culturale dell’Azione cattolica.
Ma quando, dopo la caduta di quei sistemi, miracolosamente quasi incruenta, lo stesso pontefice ha supplicato di non imbarcarsi nella prima e poi nella seconda guerra in Iraq, è stato lasciato solo da quegli stessi che fino a poco prima lo osannavano. Per questo – osserva – non c’è da stupirsi se ci sono posizioni ‘molto distanti’. D’altra parte, è importante sottolineare che questa distanza non deve mai impedire di mantenere un dialogo aperto, con tutti”.
Parolin invoca un sussulto dell’azione diplomatica:
”Non dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia, la logica del più forte è sempre esistita. Però è vero che, specie negli ultimi anni, la diplomazia, la creatività diplomatica, l’attitudine al negoziato, sono via via venute meno. È come se a poco a poco ci si arrendesse alla logica del più forte. Mi colpisce con quanta determinazione – stavo per dire facilità – l’opzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento. Mentre al contempo la diplomazia appare muta, incapace di attivare strumenti alternativi. Sembra venuta meno la coscienza del valore della pace, la coscienza della tragicità della guerra, la coscienza dell’importanza di regole condivise e del rispettarle”.
Nell’intervista, il Segretario di Stato vaticano ”per non essere astratti” rileva che ”molti governi si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza”.
Parolin parla anche del piano di pace per Gaza proposto da Trump dal quale la S. Sede si è sfilata: ”Quanto al Board of peace, com’è noto, la Santa Sede è stata invitata a parteciparvi come membro, ma, dopo aver esaminato la proposta, ha deciso di non aderirvi. Abbiamo infatti considerato che la peculiare soggettività internazionale della Santa Sede non consenta tale partecipazione formale. Tuttavia, la Santa Sede mantiene aperto il dialogo con i Paesi che sono entrati nel Board of peace, giacché è disposta a fare il possibile per favorire la pace e la ricostruzione, in stretta collaborazione con la Chiesa cattolica in Terra Santa. Affinché tale obiettivo venga raggiunto, considero necessaria la partecipazione degli organismi internazionali e degli stessi palestinesi, perché non è possibile decidere il futuro della Striscia ignorando i suoi legittimi abitanti che sono cittadini dello Stato di Palestina, un’entità da salvaguardare di fronte a ogni volontà di annessione, che è contraria alle risoluzioni delle Nazioni Unite e ai principi basilari della giustizia. Pertanto, la Santa Sede seguirà con attenzione gli sviluppi di questa iniziativa, nella speranza che raggiunga davvero l’obiettivo di una pace giu- sta e duratura nella regione. Temo però che la situazione attuale, che ha visto il Medio Oriente trascinato in una gravissima spirale di violenza, inciderà pesantemente anche su quanto accadrà nel prossimo futuro in Palestina. Al contempo mi lasci dire che il Boar of peace, con tutti i suoi limiti, è almeno un tentativo di fare qualcosa dopo la strage di civili a cui abbiamo assistito a Gaza. Ci si potrebbe domandare quali altre iniziative ci sono state e quali altri tentativi sono stati messi in campo”.






