Ci possono essere vocazioni in tempo di guerra? E come aiutare queste vocazioni? Il sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina si concentrata su questo tema, cercando di comprendere in che modo e perché c’è un risveglio religioso nei territori di guerra.
Tema della sessione era “la cura pastorale delle vocazioni al sacerdozio e al monachesimo”, un blocco tematico specifico che ha visto molti interventi, durante i quali sono stati discussi
i contesti in cui le vocazioni si manifestano oggi, le sfide del loro discernimento e il ruolo dei giovani, delle famiglie e delle comunità monastiche nel sostenerle.
La relazione principale è stata presentata dal capo della Commissione patriarcale per gli affari monastici della Chiesa greco-cattolica ucraina di Cristo (UGCC), il vescovo Mykhailo Bubnii.
Questi ha ripercorso uno studio su larga scala della commissione svolto nel 2015, che è servito per comprendere chi si avvicina alle comunità monastiche. Il sondaggio ha “individuato tre contesti principali: i giovani, che sono il fondamento delle vocazioni; la famiglia, che educa il figlio nella fede; e le comunità consacrate stesse, chiamate a nutrire e accompagnare le vocazioni”.
L’indagine ha inoltre permesso di osservare le tendenze attuali, le sfide demografiche, le conseguenze della guerra e la crisi dell’istituzione familiare, nonché di individuare gli ambiti su cui la Chiesa dovrebbe concentrare particolare attenzione nella pastorale delle vocazioni.
Il primo blocco tematico è stato presentato dallo ieromonaco Sava Masnyk, SU, che si è concentrato sui giovani moderni e sulla loro ricerca spirituale. Ha sottolineato che i giovani non temono il radicalismo del Vangelo, ma reagiscono con grande veemenza all’insincerità e alla doppiezza, e ha messo in luce le difficoltà incontrate da giovani consacrati: lo studio, infatti, mette in luce che oltre tre quarti degli intervistati hanno vissuto una crisi vocazionale in qualche momento della loro vita, e la causa più comune è il burnout, ma anche la mancanza di dialogo nella comunità, la monotonia della vita quotidiana e la mancata soddisfazione dei bisogni spirituali.
Il vescovo Bubni ha notato che comunque i giovani di oggi “restano aperti alle vocazioni”.
La co-relatrice, suor Kateryna Molochii, ZNI, ha dedicato la sua relazione al ruolo della famiglia nell’educazione alla fede e nella formazione della vocazione. Ha sottolineato che la vocazione nasce principalmente laddove un bambino vede la fede viva dei suoi genitori e incontra una vera testimonianza cristiana.
Secondo i risultati dello studio, i primi pensieri sulla vita monastica nella maggior parte dei consacrati sono sorti proprio tra i 12 e i 19 anni, mentre l’età media di ingresso in monastero è di 23 anni. Per questo motivo, secondo la relatrice, la Chiesa è chiamata a prestare maggiore attenzione all’accompagnamento spirituale degli adolescenti.
Lo ieromonaco Andriy Sivak, TI, ha suggerito di esaminare la vocazione attraverso il prisma di tre dimensioni: carisma, comunità e missione, richiamando l’attenzione sui risultati di uno studio che ha dimostrato come il carisma di una comunità monastica si trasmetta al meglio non attraverso spiegazioni o lezioni, bensì attraverso l’esempio di vita dei suoi membri. Quasi il 69% degli intervistati ha affermato che la testimonianza di specifici consacrati è stata determinante per aiutarli a percepire il carisma della comunità, mentre la familiarità con testi o storie ha avuto un ruolo molto minore.





