L’ho guardata a lungo: scrutato i lineamenti, vivisezionato il battito di ciglia, penetrato lo sguardo provando a calarmi dentro, come un palombaro. Ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Volevo sbirciare dentro quello sguardo – lo sguardo di Antonia Salzano – per cercare di capire cosa passasse nel cuore di una madre mentre, assorta e devota, assisteva alla canonizzazione di suo figlio, Carlo Acutis, in Piazza San Pietro.
Perchè la canonizzazione di un figlio (santo letteralmente) alla presenza della madre, era la prima volta che accadeva nella storia. Accade diversamente, purtroppo: una madre in vita con il suo figlio morto. O una madre in vita con un figlio famoso e osannato. Un figlio santo, invece, è un qualcosa di difficoltoso anche solo da immaginare. Non sono riuscito ad acciuffare l’intimo del suo cuore, ma ne è valsa la pena provarci: ci sono storie così incomprensibili che soltanto la Grazia di Dio potrà tentare d’inventare senza apparire mitomane.
Noi, i santi, ce li immaginiamo vecchi, imbalsamati dentro le teche di vetro, con una storia fatta di cose imponenti da farceli sentire impossibili: “Sì, va bene, ma io non sono mica un santo” diciamo. Pensando che diventare santo sia un qualcosa che spetta a pochissimi, magari eletti. Poi arriva una mamma, col suo bambino, e firmano un contrordine: la santità è un’avventura alla portata di tutti. Della serie: o si diventa santi o si è raggiunta solo parzialmente la sfida cristiana vissuta.
Per diventarlo, poi, non occorrerà fare chissà cosa: «La conversione – diceva Carlo Acutis – è un processo di sottrazione: meno io per lasciare spazio a Dio». Quel Dio che lui ritrovava nella carne sofferente del povero e nel Pane quotidiano dell’Eucaristia. Ogni l’artista, a ben pensarci, lavora per sottrazione: se ad un legno togli le parti inutili, sboccerà il necessario di un’opera d’arte.
Guardando la madre in piazza, ho pensato al figlio in cielo. Ho ripensato a Giuda, l’apostolo del bacio: l’amarezza, alla fine, non fu il suo tradimento bensì il fatto che sarebbe potuto diventare san Giuda e non lo è diventato.

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.