La parola “proposito” è una delle parole-chiave più inflazionate all’inizio di un nuovo anno, di una nuova stagione, di un qualcosa che abbia a che fare con un (re)inizio. A dare retta ad Oscar Wilde, i propositi non valgono granchè: «Sono semplicemente assegni che gli uomini emettono su una banca dove non hanno un conto corrente». L’agenda, poi, è uno degli oggetti più cult tra quelli che ci si procura (con bell’anticipo) all’approssimarsi di un nuovo anno: più è piena, più ci illuderemo d’essere importanti, saper ottimizzare il tempo, valere qualcosa nel grande ingranaggio della storia. Non bastano, però, un’agenda grandissima e una manciata di bei propositi per farsi trovare nella posizione migliore quando il nuovo anno aprirà i suoi vagoni. Questi oggetti, se proprio vogliamo, possono aiutarci ad immaginare il nostro futuro, cercare di rendercelo grazioso pur non conoscendolo ancora, darci da fare perchè i muscoli (del cuore) siano caldi.
Ogni anno che muore, però, ci ricorda che anche al suo inizio l’agenda era piena e i propositi bene in vista: poi, però, è andato com’è andato. Non è che si tratti di rivendicazione o di cattiveria, è che c’è una grandissima differenza tra il “futuro” e “l’avvenire”: il futuro è quello che pensiamo possa accadere, l’avvenire è ciò che accadrà a prescindere dalle nostre previsioni, dai nostri propositi che – a proposito – varranno quanto degli assegni emessi su una banca nella quale non abbiano conti correnti. Lasciare aperta la porta all’avvenire non è la stessa cosa di aprire la porta al futuro. L’avvenire non si lascia domare, prevedere, non si pianifica: si dovrà accogliere, qualunque esso sia. A differenza del futuro che, in tempi incerti, saperlo pianificabile potrà mettere un argine all’angoscia che ci abita certi giorni. La speranza cristiana è qui che fissa la sua tenda: regalandoci la certezza che, a prescindere da come andranno le cose, ci sarà un senso che vive dentro di loro. Per questo, quest’anno, quelli che giocheranno a perderci la speranza ci consiglia vivamente di lasciarli vincere. Ricordandoci di splendere.

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.