La palestra è alquanto gremita: l’appuntamento, negli anni, è diventato uno di quelli “grossi” nel mondo delle galere. La signora Ornella, anima e cuore della manifestazione, è un pezzo titano di storia dell’istituto di Padova. Quando apre il convegno – dopo i saluti di rito – cede la parola ad uno dei nostri ragazzi: con la sua storia, aprirà le danze intellettuali, civiche, spirituali. Una storiaccia. Non è una storia quella di Raul: la rabbia, nel vedere madre e sorella picchiate dal loro padre, gli ha fatto eccitare l’inferno nel cuore. Non è un modo di dire come fuori: è un reato, vero e proprio. Per il quale la giustizia gli ha inflitto la pena massima: l’ergastolo. Giusto o sbagliato che sia – costituzionale o meno – non è in questo aspetto la curiosità. Narrando(si), sfora i secondi concessi dal palinsesto fatto in maniera artigianale dalla redazione cui appartiene: non è facile, tanto meno non è meccanico, ricostruire una storia di male davanti a cinquecento persone. Certi passaggi chiedono di respirare, ogni respiro sono secondi da aggiungersi al tempo calcolato “in laboratorio”. Un tale, seduto tra la folla, si alza e va a segnalare ad una delle organizzatrici che bisogna tagliare, che si sta sforando, che si rischia di andare fuori tempo. Lei ascolta, lo va a riferire ad Ornella che, conscia del fatto, si alza in piedi e, passo passo, si avvicina a Raul. E’ uno di quei modi per far capire di chiudere, di andare verso la fine: tutti la guardano, lo guardano. Aspettano che gli tocchi la spalla per farlo chiudere. E’ intelligentissima Ornella: lei sa bene (è il suo punto di forza) che le storie hanno bisogno di tempo per dipanarsi, che ogni storia ha i suoi tempi, che i protagonisti del convegno – dal titolo «Punire i ragazzi» – non sono gli esperti ma i ragazzi del carcere. Quando gli è vicino, non lo blocca ma rimane fino alla fine ad ascoltarlo, come “scorta tecnica” di chi vorrebbe tirargli via il microfono. Quando Raul, commosso, finisce di raccontarsi, gli regala il suo sorriso: è uno di quei sorrisi che fanno le veci delle madri di questi ragazzi quando mancano.
I ragazzi di galera, quando si raccontano, non sono D’Annunzio (però). Però le loro parole hanno bisogno di tempo per essere ascoltate, meditate, soppesate, soddisfatte. Certo: la parola trova soddisfazione quando qualcuno l’ascolta. Non basta sentirle le storie, le storie chiedono d’essere ascoltate. Non sono spot per qualche brand o attività, sono materia prima e infiammabile quando si è perduta la libertà. Per questo vanno ascoltate tutte intere, per intero: è legge di narrazione che l’esito finale dipenda dalle premesse. Chiedere di raccontare solo il finale, è avvisaglia di curiosità. Del tipo: “Cos’hai fatto per finire dentro?” Chi, invece, ha la pazienza delle premesse, scoprirà le premesse di questa centrifuga di sangue, ferro, cemento. Ornella le storie le rammenda, le lavora come un cesellatore fa con l’oro fino. Per questo, intelligente, ha disobbedito pubblicamente all’invito di quel tizio di fare abbreviare il racconto. L’avrà chiesto, forse, agli esperti attorno al tavolo. Ai ragazzi, però, non poteva chiederlo. Sarebbe stato come dirgli: «Questa parte non è interessante, tagliala!» Nessuna mamma, quando il figlio le racconta il suo dolore, gli farà mai cenno d’accelerare. Quel dolore, quando si racconta, diventa l’epicentro di tutto.
Anche a questo, forse, servono i convegni (che male sopporto): a scoprire chi viene per sentire e chi viene per ascoltare. Chi sente, avrà sempre gli occhi fissi sull’orologio, in attesa del suo turno per parlare. Chi ascolta, sa tenere il tempo sospeso, lo sguardo appeso alle labbra di chi pronuncia parole scalpitanti come rabbia, solitudine, violenza, sangue, coltelli. Mancanza, nostalgia. Quando Raul, finito il racconto, viene a sedersi accanto, ha ancora il tremolìo nelle braccia: «Ero agitatissimo – mi dice -, pensavo di non farcela ad arrivare alla fine ma sono riuscito. Mi sento più leggero». Tanto di cappello a questo ragazzo e altrettanto (di cappello) ad Ornella: accettare che i tempi dei ragazzi non siano i nostri, è sapere ascoltare rifuggendo la tentazione d’impadronirsi di una storia d’altri per provare a farci belli di fronte al mondo.
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