La vita, giorni fa, senza chiedermi permesso mi ha chiesto di accompagnare in cimitero mio padre: ho dovuto fare i conti con la morte, da figlio prima che da sacerdote. La morte, chiaro, esisteva già prima che morisse papà: per mestiere l’avevo incontrata, accarezzata, narrata. Prima della morte di papà, però, – mi accorgo adesso – era come se l’avessi vista con il binocolo: stavolta l’ho vista con la lente d’ingrandimento. Non mi sono arrabbiato tanto con lei. L’ho dovuta pure ringraziare perchè, qualche settimana prima, era come se avesse suonato il campanello: “Fra qualche giorno passo, preparatevi”. Una gentilezza salvavita la sua che, senza risparmiarci le lacrime, ci ha impedito di disperare: tra il pianto e la disperazione c’è il confine tra vivere e sopravvivere. Abbiamo preparato assieme a papà le “valigie”, l’omelia funebre, i testi: «Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo» (I. Allende). Esistere, se ci pensassimo, è vivere e morire.
Tra la folla, al funerale, un amico fotografo: «Un po’ mi vergogno – ci scrive la sera prima – ma invece di un mazzo di fiori mi piacerebbe regalarvi qualche scatto mentre salutate papà». Lui, Gigi, ha immortalato con il suo genio gli attimi più suggestivi della nostra vita: nascite, battesimi, sguardi, matrimoni, incontri. Passare lo sguardo sulle sue fotografie è ricreare la tempesta di battiti di quel giorno preciso. Non avevo pensato, finora, ad un album che immortalasse il funerale di un amore. Quando ce l’ha suggerito, subito: «Bellissima idea: grazie, amico!» La sua idea – solamente chi si ostina a non calcolare la morte nella vita può giudicarla idiota – mi è parsa simile a quel bambino che, nella morte di un essere amato, se ne esce dicendo quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime e ci salva. Lo stringi forte a te.
Quando ho contemplato i suoi scatti magici, più che piangere sono stato più grato alla vita: nella mia collezione privata di fotografie, mi mancava di vedere il volto di mamma rigato dal pianto, il volto bambino di mio fratello, il mio volto. Era come se all’arcobaleno della vita mancasse uno dei suoi sette colori: non sarebbe più un arcobaleno. (Sulla strada di Emmaus).

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.