C’era al funerale di mio papà: in un angolino, lo sguardo affettuosissimo di uno che ti vuole bene da sempre, la grandezza del genio che sa stare con eleganza al suo posto. Mio fratello, qualche giorno dopo, mi dice: «L’ho visto un po’ stanco Gianandrea?» Io, che di questo prof sarò debitore a vita, gli ho risposto per le rime, a mio fratello: “Hai presente, vero, quanta passione ci mette quest’uomo nell’insegnare? Un’ora di scuola sua costa quanto un mese di lezione di chi insegna guardandosi dallo spendere una briciola di fatica che non sia necessaria al minimo sindacabile”. Che, poi, sono stato scorretto con mio fratello: quest’uomo – è anche (orgogliosamente) prete, ma prima di tutto è uomo a tutto tondo – non tiene semplicemente delle lezioni.
Le sue sono “celebrazioni” fatte a scuola: la materia che insegna (liturgia), per lui è materia altamente infiammabile. La maneggia, quando la spiega, come un orefice cesella millimetricamente la percentuale più piccola d’oro che ha in mano. L’ho visto commuoversi mentre ci faceva entrare nel mondo incantato del Canone Romano, piangeva mentre ci spiegava il gesto dello sdraiarsi a terra durante il Sacramento dell’Ordine, l’ho visto estasiasi nel raccontarci il mistero del segreto confessionale. La devozione usata, al tempo della scuola, nell’accompagnarci nel Rito delle Esequie è pari solo allo sguardo di mio padre chino sugli alberi motore in fase di riparazione. Ho sempre pensato che essere professore avesse a che fare con una sorta di professione di fede: si professa fede nella materia senza la quale, per quanto ti riguarda, il mondo non sarebbe in grado di stare in piedi.
La sua materia è la Liturgia, la sua passione è la liturgia, ammattisce per tutto il corollario della liturgia. Mi verrebbe da dire che lui è la liturgia: faccio ancora fatica a capire, quando lo sento parlare e lo vedo celebrare, dove finisca l’uomo e dove inizi la sua materia. Lui è un tutt’uno, si è fuso – (il mondo dice ch’è fuso, ma il mondo non capisce nulla del genio) – in ciò che professa.
Chapeau.
Mi ha detto qualcuno: “Ti ho visto tutto sommato sereno al funerale di tuo padre. Pensavo di trovarti disperato”. Qui, in quest’attimo, ho sentito l’urgenza di dire grazie al mio professore di Liturgia, don Gianandrea di Donna (nella foto). E’ stata lei, non più lui, a mettermi sulle labbra le parole giuste, con il giusto calore e serietà: tenerissime ma non mielose, raffinate e pungenti.
Nessuna, come la Liturgia, ha parole su misura per i giorni del lutto e della festa, per il lunedì e la domenica, per chi ha il sorriso sulle labbra o la bufera nel cuore. Come puoi tu, disperare, se colei che ti prende la mano ti bisbiglia all’orecchio, mentre guardi la bara di papà: «Se ci rattrista la certezza di dover morire (quant’è onestà!), ci consola la promessa dell’immortalità futura. (Senti adesso che carezza) Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata» (Prefazio dei defunti I).
Come potrà un sacerdote, nel celebrare il funerale del proprio padre, cedere alle squallide sciocchezze di Satana quando la liturgia gli ha già preparato la più commossa delle omelie, una sorta di cerimonia da Capo di Stato: «Ricevi, Signore, questo sacrificio per il mio papà: dona a lui la felicità eterna nel regno della vita e fa che un giorno possiamo ritrovarci insieme nella gloriosa comunione dei santi (Per Cristo nostro Signore)». E’ nei giorni del lutto e della sofferenza che la vita dimostra quant’è onesta: non riuscirai a ricordare tutti i nomi delle persone con le quali hai riso e gozzovigliato, ma ti sarà impossibile, per la vita, dimenticarti anche di uno solo dei volti sulle cui spalle ti sei poggiato per piangere.
Trovarne, nell’ora della sofferenza, di parole che non siano di circostanza, banalmente ripetute, al limite dell’offesa: “Meglio così, dai: la sua non era più vita!” Parole che la liturgia mai si concederebbe il lusso di pronunciare senza sentire la vergogna arrossirle le gote.
Più di vent’anni passati seduto sui banchi di scuola ad imparare. Della maggioranza dei miei prof manco ricordo più il volto, la voce, i lineamenti. Dell’uomo, invece, che mi ha presentato per la prima volta la signora Liturgia – come fosse la ragazza più affascinante del paese – rivedo il volto ogni volta che celebro l’eucaristia. E – timbro della sua voce in sottofondo – gli dico “grazie” perchè, nell’ora del dolore e della mestizia, ho trovato solo le parole della Liturgia a rendermi la giusta carezza senza illudermi ch’era tutto semplice. Nemmeno privandomi, però, della bella certezza ch’è tutto dentro il pacchetto della vita.
Nel mistero di quella fede avuta in dono che qualcuno, poi, ti aiuterà a celebrare ricordando che è vietato giocare alla liturgia: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai». Sarà vietato cambiare anche solo una virgola. E’ opera dis-umana.






