Il Papa allo Stade de France, a Saint-Denis, ha presieduto la veglia di preghiera con i giovani. Sono 80mila i ragazzi che hanno riempito lo stadio. Tra preghiere e canti, Papa Leone è stato accolto con grande entusiasmo.
Al grido di “Liberté, égalité, fraternité”, la Francia rivoluzionaria rovesciò l’Ancien Régime settecentesco, ponendo sullo scranno rimasto vuoto i valori portanti della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Una Carta, si potrebbe brutalmente affermare, che a volte appare straccia di fronte al subdolo male che con una mano promette felicità, ma intanto la toglie con l’altra. Qual è allora oggi la vera emancipazione? Se lo chiede e lo chiede ai giovani Papa Leone XIV, nel corso della Veglia di preghiera allo Stade de France di Saint-Denis. Affrancarsi da Dio, condannandolo a una morte di nietzschiana memoria? Libero da un giogo apparente, “è l’uomo che si perde”. La strada della felicità, invece, è già tracciata e sembra scontata: operare il bene, che non può prescindere dalla sua stessa sorgente. Quel Dio che è vita, che perdona e invita a perdonarsi, che dialoga e “non rifiuta nulla” di autentico e santo delle altre religioni. Nel cui nome risiede la “forza dei giusti” contro le potenze che mirano a dividere i popoli. Quel Signore da ringraziare quando ansie e preoccupazioni terrorizzano. E “grazie” per il loro coraggio, presenza è fede, è proprio la prima parola che il Pontefice pronuncia. Al vertice del rettangolo di gioco, dialoga e medita insieme ai giovani transalpini, assistendo a uno spettacolo di sport, musica e luci (non potrebbe essere altrimenti nella Ville Lumière) dedicato alle figure religiose che hanno maggiormente influenzato la storia del cristianesimo in Francia. Ma, a braccio, il Vescovo di Roma confida qualcosa, accolta da un boato.
Siete voi, i santi francesi!
Troppo estranei alla “questioni dell’uomo”
Ottantamila giovani si affollano già dalle prime ore del pomeriggio sulle gradinate dove, nel 1998, erano troppo piccoli per festeggiare la vittoria del campionato del mondo di calcio della loro nazione contro il blasonato Brasile. Chloé, che di anni ne ha 25, non era neanche nata e si interroga quindi sull’odierna società, “a volte addirittura estranea alla questione di Dio”. Un “problema”, riconosce Leone XIV, “ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo”.
È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo!
Riconoscere le ombre, conoscere il prossimo
Quest’ultima affermazione implica un inevitabile riconoscimento del conflitto. Credere non lo nasconde, ma “invita sempre al perdono”. Illumina “il dramma della storia” ed educa alla cura, preparando alla pace e alla promessa “che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna”. E, al pari degli amici, prosegue il Pontefice, Dio parla invitando alla fraternità verso coloro che non hanno il dono della fede o che appartengono ad altre tradizioni religiose, in un’unità universale “che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo”.
Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società. Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo.
.L’esperienza della fragilità, ieri e oggi
La seconda domanda la pone François, mettendo in luce come lo slancio della gioventù si scontri contro lo “smisurato”: ansie e incertezze che fanno vacillare l’intraprendenza. Il Papa le riconosce e le elenca. Alcune, da sempre innestate nei giovani cuori: la precarietà dei progetti sul futuro, la provvisorietà degli affetti e la fragilità delle relazioni. Altre, adattate ai tempi odierni: l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Questi ultimi timori sono poi dettati da continue trasformazioni tecnologiche e digitali che rischiano di “sminuire la nostra umanità”.
L’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa
Il coraggio della gratitudine
“Vasi di creta che custodiscono un tesoro”: così Leone XIV definisce i giovani, citando san Paolo, il cui passaggio della Lettera a Timoteo precede il successivo discorso del Pontefice, invitando ciascuno all’esercizio del discernimento. Come applicarlo con profitto? Innanzitutto rinforzandosi spiritualmente, “lontani dal frastuono mediatico”, guardando all’esempio dei santi francesi, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney, o alla “mistica bellezza” di santa Thérèse de Lisieux.
Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.
La verità in un rapporto vivente
“Eccomi, Signore!” è la frase che il Vescovo di Roma invita i giovani a ripetere più e più volte, in un’eco che si propaga fino al successivo intervento del Papa. Una meditazione sui giovani, già “uomini e donne di Dio”. La preposizione indica un legame, non un possesso. La sua riflessione ruota tutta intorno a questo concetto.
Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi; e che la Verità è Lui stesso. Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.
La “spaventosa solitudine”
La compagnia del Signore dona infatti saggezza ai progetti e ai desideri, portando anzitutto a “evitare” quei sentimenti egoistici che caratterizzano spesso chi “nasconde una spaventosa solitudine”.
Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.
Tendere a Dio, in costante allenamento
Come in una formula matematica, “chi vive con Dio tende verso il meglio”. Un “allenamento costante”, per passare invece a un’analogia più sportiva, che caratterizza il “cammino di santità” verso il bene.
Non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona.
Cuori emancipati, uguali e fratelli
Citata la libertà, ecco uguaglianza e fratellanza, “scelte radicali e coraggiose” che derivano proprio da un cuore emancipato.
Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.
La “forza dei giusti”
Evitare il male e tendere al bene implica combattere, verbo che in Francia si armonizza con gli echi di santa Giovanna d’Arco, giovane che lottò la battaglia della fede, quella giusta, di Gesù.
È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.
Ciò che Dio fa per noi
Rispondere a Dio implica un’azione attiva, ma è bene non dimenticare “ciò che egli fa per noi”. E questo si riassume in un episodio: “Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere”. Combattere la “buona battaglia”, citando nuovamente san Paolo, coincide allora con la “bella testimonianza”.
L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.
Croce e tunica, togliere e dare
Il Papa conclude invitando a guardare alla Santa Tunica di Argenteuil, la reliquia venerata dalla tradizione come la veste che Gesù Cristo indossava durante la sua Passione, presente eccezionalmente allo Stade de France, insieme ad una della Croce di Cristo.
L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore
I momenti della veglia
L’arrivo del Pontefice è salutato dalle parole del vescovo di Saint-Denis, monsignor Étienne Guillet, che individua alcuni tratti comuni agli 80mila ragazzi e ragazze presenti: dubbi e interrogativi, ma anche “sete di ascoltarla”, così come la “gioia di essere cristiani” e di irradiare la propria fede. Il presule riconosce anche le fragilità di una provincia che fa della multietnicità la sua forza e rilancia lo stesso invito, aderente al motto scelto per il viaggio apostolico, che i santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio, i quali riposano nella vicina basilica, utilizzavano per battezzare nel terzo secolo: “Che gli uomini abbiano vita!” Esistenze ardenti, in conclusione, al pari dei fuochi d’artificio che chiudono la prima giornata del Pontefice in Francia e illuminano di luci colorate la sua capitale.
Testo e foto: Vatican News





