Dal secondo libro di Samuele al vangelo di Marco, passando per la seconda lettera ai Corinzi, protagonista è la relazione con Dio, assieme alle sue più concrete implicazioni: sebbene la fede sia prioritaria e non rappresenti una performance d’alta moralità, sarebbe infatti superficiale ritenere concluso il proprio compito in una serie di precetti, in modo farisaico. Anche noi, allora, dobbiamo entrare nel boschetto, su invito di Natan, per poi uscirne diversi. Con meno certezze di prima.
Re Davide l’eletto
Con la prima lettura, entriamo forse, in medias res, in uno dei dialoghi più eloquenti dell’Antico Testamento, quello tra il profeta Natan e il re Davide. Davide, il fulvo, il più piccolo dei figli di Iesse, eletto personalmente da Dio affinché fosse unto re dal profeta Samuele, in un brano che racconta il tripudio della liberalità e dell’imparzialità della scelta di Dio[1]. Di rotolo ne è occorso per narrarne le gesta: nel secondo libro di Samuele, troviamo un Davide molto diverso, per cui il profeta Natan si ritrova costretto ad un escamotage narrativo particolare (la metalessi narrativa[2]) per indurlo a comprendere il reale significato del male che ha compiuto. È necessario che acconsenta all’illusione di entrare in un bosco che pare esterno e controllabile, per uscirne, un po’ con la coda tra le gambe, comprendendo il proprio torto.
Davide l’infingardo
Re Davide, l’eletto da Dio, non è immune dal peccato e dalla tentazione. Di fronte alla bellezza di Betsabea, cede alla libido. E non solo vi cede in modo goffo o istintivo. Fa di peggio. Vi cede in modo strategico e calcolato, per di più utilizzando stratagemmi indiretti, pur di ottenere, in modo sicuro e senza nessun’onta pubblica, il proprio obiettivo. Non solo si invaghisce di una donna che fa il bagno, dopo averla spiata. Organizza di giacere con lei e, una volta che questa rimane incinta, invia il di lei marito al fronte, in prima linea, per assicurarsi che muoia, ma non per mano sua, bensì dei nemici (gli Ammoniti)[3].
La pervicacia del male
Questo è forse l’esempio più limpido dell’ostinazione a compiere il male. Non si tratta, qui, di una ‘semplice caduta’, accidentale, fortuita, in cui non c’è stata un’elaborazione razionale. Tutto il contrario: la tentazione si è insinuata, i bassi istinti hanno prevalso e la ragione, ammorbata da un desiderio insano e ingiusto, è arrivata a congegnare un piano raffinato, ingegnoso, razionale, ma moralmente abietto. Pur di non affrontare le conseguenze di una “voglia” che ha scelto di assecondare, arriva ad uccidere. Diventa mandante della morte di Uria, che lo surclassa quanto a senso del dovere e solidarietà militare: questi non rientra neppure in casa propria[4], rovinando il tentativo di utilizzare il richiamo dal fronte per coprire l’adulterio e spingendo il re alla seconda mossa (gli consegna una missiva con la richiesta di inviarlo al fronte più insidioso della battaglia).
Ciascuno di noi, come Davide, nel boschetto di Natan
L’aspetto più interessante è che in realtà ciascuno di noi è come Davide. Ridiamo dei difetti, finché non crediamo che siano nostri. È faticoso guardarli direttamente negli occhi e dire: “sono miei”. Di fronte alla prepotenza fatta al proprietario della pecorella piccina[5], ecco che il cuore freme per l’ingiustizia. Non si rende conto, Davide, di aver fatto ben di peggio. Di aver ucciso, pur di assecondare la propria lussuria. Come noi non ci rendiamo conto di quali siano le conseguenze dei nostri errori. Tendiamo a minimizzare, ci assolviamo da ciò che segue alle nostre scelte sbagliate, come se ciò fosse indipendente e avulso dal nostro operato. A Davide, ma anche a noi, è necessario un framing che ci faccia uscire dal nostro micromondo, per poter emettere una sentenza giusta. Anche contro i nostri, di misfatti.
Vasi di creta
L’Apostolo si riferisce a se stesso, come ad un vaso di creta, come a sottolineare la fragilità e caducità di tale materiale. Un’immagine senz’altro richiamata dal Manzoni, quando compara la tempra di don Abbondio a quella di un vaso di coccio, in mezzo a vasi di ferro[6]. Richiama quella che potremmo definire la ‘grazia di stato’: difficile a credersi, talvolta, eppure è il motivo per cui il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo, al di là della dignità del ministro. Ci sono cose che la sola preparazione fisica, mentale, intellettuale e persino religiosa non riesce a spiegare. Ma la duttilità alla mano del Vasaio, sì.
«Sconvolti, ma non disperati»
In un accorato appello ai cristiani di Corinto, troviamo forse la più diretta spiegazione di cosa significa davvero vivere la fede. Di fronte al tentativo di spacciarla per una sorta di ‘magia’, del corrispettivo del wellness e della mindfulness, l’Apostolo trova la chiave. La fede non garantisce di evitare la sofferenza, tuttavia allontana la disperazione. Il motivo è tanto paradossale quanto ragionevole: pur non assicurando la piena comprensione di ogni evento, proprio la consapevolezza di non essere padrone di ogni cosa che accade, ma ritrovando nel Dio di Gesù Cristo colui che presiede la storia, la fede consente di affidare anche l’incomprensibile, con la speranza intatta che chi ha saputo trarre suo figlio dai legami della morte, saprà donare vita anche a quegli istanti che non sembrano valere la pena di essere vissuti.
La fiducia, persino nel male
E questa fiducia in un Dio della vita non vale solo per quel male che ci sovrasta, che non possiamo (né potremmo) controllare. Vale anche per quel male che viene da noi e che potremmo (e, forse: dovremmo) controllare. Neanche quello ci sconforti. Il Dio che, in Gesù salva, ci aiuta a rialzare il capo e prendere la nostra barella, come fa il paralitico del Vangelo di Marco[7]: un’immagine dinamica che ci suggerisce come, una volta sconfitto il male, affidandoci alla grazia, la nostra postura cambia. L’illusione è che, senza Dio, siamo più forti. La realtà è che, con la grazia, riusciamo a guardare in faccia il male (compreso il nostro) senza esserne soverchiati.
Rif. letture festive ambrosiane, nella IX domenica dopo Pentecoste (2Sam 12, 1-13; 2Cor 4, 5b-14; Mc 2, 1-12)
Vedi anche: U. Eco, Sesta Passeggiata (Protocolli fictional) in Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1994
Fonte Immagine: La condizione umana I, Olio su tela, 1933, National Gallery of Art di Washington in: Art blog
Approfondimento: Da Davide alla Porziuncola, un perdono che dà vita
[1] Cfr. 1Sam 16, 1-13
[2] Secondo la definizione che G. Genette offre in Figure III (1972)
[3] Cfr. 2Sam 11
[4] Cfr. 2Sam 11, 9 e ss.
[5] Cfr. 2Sam 12, 3
[6] Cfr. A. Manzoni, c. 1
[7] Cfr. Mc 2, 1-12





