«E figlie so’ piezz’ ‘e core» non ha un preciso equivalente texano ma Matthew McConaughey, che ama profondamente l’Italia come spiega in quest’intervista, ha fatto comunque sua la massima di Filumena Marturano in The Lost Bus, il suo nuovo film appena presentato in anteprima al Festival di Toronto (nei cinema oggi, 19 settembre, sarà poi presentato su Apple TV+ il 3 ottobre).
Il dna a volte fa scherzi ma non è acqua: McConaughey, un bellissimo uomo, ha sposato una donna altrettanto attraente, Camila Alves, modella, che gli ha dato tre bellissimi figli. Il più grande, Levi, 17enne, debutta ora al cinema a fianco del padre.
Eccoli allora venerdì 5 settembre sotto i riflettori del red carpet, tutti insieme appassionatamente, i quattro McConaughey — padre, madre e primogenito e nonna Kay, 93 anni: non c’erano i piccoli Vida, 15 anni, e Livingston, 12 anni, ma ci sarà spazio anche per loro in futuri film, c’è da scommettere — alla première mondiale del film drammatico tratto da una storia vera (il cast include anche America Ferrera, Yul Vazquez, Ashlie Atkinson e Spencer Watson): McConaughey è un eroico autista di autobus che cerca di salvare i suoi passeggeri da un terribile incendio californiano del 2018.
«Non avevo idea che questo ragazzo, mio figlio, fosse interessato alla recitazione, ma quando ho fatto leggere la sceneggiatura alla famiglia, come faccio sempre prima di accettare un lavoro, era chiaro che il protagonista Kevin McKay aveva un figlio e un giorno Levi mi ha chiesto: “Beh, quanti anni ha?”. Ho risposto: “Ha più o meno la tua età”. E lui: “Pensi che potrei fare un provino?”. E io non ho detto niente. Non è stato abbastanza per farmi dire “forse”, o qualcosa del genere. Poi però è tornato da me altre quattro volte. Sapeva che non avevano ancora scelto l’attore per quella parte. Ho tirato fuori la telecamera, ho lavorato con lui su una scena e l’ho mandata alla direttrice del casting, Francine Maisler, e ho detto: “Penso che questo provino potrebbe essere abbastanza buono per farne un altro”. E lei: “Penso che sia abbastanza buono da mostrarlo a Paul (Greengrass, il regista)”. Ma ho chiesto a Francine di togliere il cognome, così non c’era più McConaughey da nessuna parte. Poi mi chiama il regista e dice: quello è il tizio che interpreterà il figlio. Qualcuno gli ha detto: guarda caso è il figlio di Matthew. E Paul: ancora meglio!».
L’aneddoto — la parabola del figliol prodigo — si basa sulla premessa che un regista di fama internazionale, Greengrass, abituato da decenni a riprendere facce di attori in primo piano, non si sia accorto che il ragazzo del provino è il sosia di McConaughey in giovane, versione bruna del biondo Matthew (mamma è brasiliana). In America li chiamano con disprezzo “nepo babies”, figli del nepotismo, da noi per l’appunto e figlie so’ piezz’ ‘e core.
Di Uvalde, provinciale orgoglioso, Matthew McConaughey è texano fino al midollo, distinguo importante perché è sicuramente più texano che americano (il Texas è l’unico Stato dell’unione a essere stato, prima di entrare a far parte degli Usa, una repubblicana sovrana). Ma è anche italiano nel cuore.
«L’Italia è stata generosa con me» spiega l’attore a 7 «Roma mi ha accolto a braccia aperte quando con Dallas Buyers Club ho vinto il premio come miglior attore al Festival del Cinema di Roma (non lo dice per educazione, ma quel premio fu l’antipasto all’Oscar che vinse più tardi, da qui il suo amore per Roma, Roma che ha trasformato la sua immagine da “movie star” a attore vero, ndr). Dico sempre che amo la vostra gente e sono attratto dal modo in cui gli italiani assaporano la vita. E i vostri artisti — ho la massima ammirazione per i registi che sanno sposare poesia e realtà: la stravaganza di Federico Fellini, la grandeur di Paolo Sorrentino, la grinta di Sergio Leone. Ho letto Dante e Italo Calvino, e ne ho percepito fortissimamente la grandezza, l’ambizione. Non riesco a trascorrere nel vostro Paese tutto il tempo che vorrei, ma ogni visita mi lascia nel cuore tante storie. E poi, certo, il cibo…».
Come dice Paul Greengrass, regista del suo nuovo film, The Lost Bus, tra i doni di McConaughey ce ne sono due particolarmente importanti: quello di essere una star capace di recitare come un caratterista, e di essere sì attore hollywoodiano da copertina ma di saper relazionarsi con le persone umili con assoluta normalità. E con normalità è diventato autore di best seller: prima, nel 2021, tra autobiografia e self-help con Greenlights(Baldini + Castoldi, 320 pagine), e adesso con Poems & Prayers (Baldini + Castoldi, 208 pagine, in uscita il 30 settembre), poesie e preghiere per «aprire una breccia verso la meraviglia».
Spiega: «Mi sono sempre affidato alla logica per dare un senso a me stesso e al mondo. Ho sempre guardato alla ragione per trovare la poesia,alla praticità per arrivare al misticismo, alla coreografia per trovare la danza, alle prove tangibili per raggiungere la verità e alla realtà per raggiungere il sogno. Ho sempre pensato che sia l’arte a imitare la vita, non il contrario. Ma è sempre più difficile sapere in che cosa credere. È difficile credere. Eppure, io non voglio smettere di credere: nell’umanità, in te, in me, nel nostro potenziale di singole persone e di collettività».
Cosa l’ha spinta a passare dallo stile narrativo di Greenlights a questo formato più poetico, e decisamente spirituale?
«Dopo aver scritto Greenlights, mi sono reso conto che per anni avevo scritto poesie, salmi, riflessioni e preghiere senza dar loro un nome specifico. Le mie memorie erano una narrazione costruita sui miei diari, ma questa volta volevo lasciare che le parole esistessero da sole. Sono sempre stato un tipo che si affida alla logica e alla ragione, ma ultimamente ho sentito che questo approccio mi stava bloccando, così con Poems & Prayersmi sono dato il permesso di capovolgere la sceneggiatura e di affidarmi al concetto di fede. Le poesie provengono da quel luogo di meraviglia e il formato della raccolta di poesia mi è sembrata il passo successivo naturale».
Ha scritto Greenlights nel deserto, basandosi su anni di annotazioni sul suo diario. Ha seguito un processo simile per Poems & Prayers e in che modo il suo approccio alla scrittura poetica differiva da quello alla prosa? Più difficile? Più facile? Più o meno doloroso?
«Ho trascorso 52 giorni da solo nel deserto con nient’altro che i miei vecchi diari per scrivere Greenlights. Invece, Poems & Prayers non è nato da un’escursione solitaria e non mi sono chiuso in casa. Questi pezzi sono stati scarabocchiati per decenni: a margine di libri, su tovaglioli, in momenti di tranquillità a casa o sul set. Invece di setacciare i diari per trovare una narrazione, ho preso vignette, proverbi e versi e li ho messi insieme in Poems & Prayers. La poesia è diversa, ci sono meno regole e più ritmo. È stato più facile nel senso che potevo essere breve e lasciare che il sentimento guidasse tutto. È stato anche più difficile perché ogni verso doveva guadagnarsi il suo posto».
In che modo la sua fede ha plasmato i temi di Poems & Prayers e che ruolo gioca la spiritualità nella sua scrittura?
«Dico spesso che le mie preghiere sono le mie poesie e le mie poesie sono le mie preghiere. La fede è sempre stata una bussola nella mia vita. Sono cresciuto recitando preghiere e sono tornato in chiesa dopo la nascita dei miei figli. In Poems & Prayers volevo appoggiarmi a questa convinzione. Mi sono reso conto di aver passato anni a cercare di coreografare la mia danza, cercando la logica per trovare una rima. Questi brani mi hanno permesso di mettere da parte la ragione e di guardare alla fede, alla convinzione e ai sogni per trovare la realtà. La spiritualità non è un’aggiunta, una cosa in più, un bonus; è la lente attraverso cui vedo il mondo. Che io ringrazi Dio per le mie benedizioni, chieda una guida o combatta contro i dubbi, quel dialogo è ciò che mi tiene con i piedi per terra».
C’è un momento o un’esperienza specifica che ha portato a una poesia di questa raccolta?
«Una delle poesie di Poems & Prayers è nata da un sogno che ho fatto negli Anni 90. Ho sognato di galleggiare lungo il Rio delle Amazzoni avvolto da anaconda e coccodrilli, e quando mi sono svegliato non riuscivo a scrollarmi di dosso quella sensazione. Così sono andato in Perù e ho galleggiato nudo lungo il Rio delle Amazzoni per vedere cosa c’era dall’altra parte. Altri, invece, provengono dal tempo trascorso con i miei figli, momenti nel letto di mio figlio, guardando la vita da un’altra prospettiva. Alcuni sono profondi, altri leggeri, altri ancora dannatamente divertenti».
Il suo lavoro di scrittore spesso fonde umorismo con intuizioni, e riflessioni. Come ha trovato questo equilibrio?
«L’umorismo è uno strumento di sopravvivenza. La vita ci dà semafori rossi e semafori verdi, e a volte l’unico modo per superare quelli gialli è ridere dell’assurdità. Ho sempre creduto che risata e profondità non siano nemiche. Alcune poesie sono semplicemente divertenti, altre sono lezioni apprese a fatica e raccontate con un occhiolino. L’equilibrio deriva dal dire la verità e dal non prendermi troppo sul serio. Se riesco a farti ridere mentre ti sto porgendo un pezzo di cibo per l’anima, allora ho fatto il mio lavoro».
Ci sono altri libri o formati creativi che sta esplorando? Un futuro libro già in lavorazione? Ancora poesie? Un’altra autobiografia?
«Prendo sempre appunti, scrivo su diari, annoto preghiere. Poems & Prayersnon è la fine di questo processo. Ho iniziato a scrivere da adolescente e continuerò a farlo per tutta la vita. Il tour che stiamo facendo per questo libro unirà poesia, musica e conversazione, un formato creativo che non ho mai sperimentato prima e di cui sono davvero entusiasta. Ci saranno artisti davvero diversi e speciali che si uniranno a me. Mi piace anche essere creativo in altri ambiti, che si tratti della mia marca di tequila, la Pantalones, o di altri aspetti in cui posso essere creativo». (Corriere della Sera – Sette).






