In Camerun, a Bamenda, Papa Leone XIV parla di pace. Lo fa nella Cattedrale di San Giuseppe con l’intera comunità di Bamenda.
La Cattedrale di San Giuseppe di Bamenda, situata nella zona di Big Mankon, è stata oggetto di lavori di ristrutturazione iniziati nel febbraio 2024, con una nuova copertura rinforzata, sorretta da 26 travi, e nuovamente consacrata il 14 novembre 2025. È la sede dell’Arcidiocesi di Bamenda.
Il Pontefice, accompagnato dall’Arcivescovo di Bamenda, Monsignor Andrew Nkea Fuanya, si reca nella Cappella del Santissimo Sacramento per un breve momento di preghiera. Successivamente,l’ingresso nella Cattedrale dove si svolge l’incontro per la pace con la comunità di Bamenda.
Per il popolo di Bamenda la presenza del Papa è una presenza consolatrice, dice l’Arcivescovo di Bamenda. “Questo è il tempo della pace”, afferma sempre l’Arcivescovo.
Sono tante le testimonianze prima del discorso del Papa. Testimonianze forti che parlano della guerra, ma gridano la pace. Dopo il Canto d’ingresso, una canzone che riprende la preghiera per la pace di San Francesco d’Assisi, si passa al benvenuto dell’Arcivescovo di Bamenda; poi il Canto della corale; una Testimonianza del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III; ancora la Testimonianza del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba e quella dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar. C’è infine anche la testimonianza di una famiglia di sfollati interni.
“Cogliamo questa opportunità per ringraziare il Papa per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi, nonché per i servizi sociali che la Chiesa ha offerto alla nostra gente. La maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università. Speriamo che la Chiesa continui a migliorare la vita delle persone attraverso questi servizi. Uno dei frutti positivi di questa crisi che ha scosso le nostre regioni del Camerun è che essa ha avvicinato come non mai le Chiese cristiane e la religione musulmana. La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore. La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo”, questa la testimonianza del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III.
“La comunità islamica è lieta della sua presenza qui in qualità di rappresentante di Dio, che è l’artefice di tutto ciò che è buono, che è portatore di Pace e che ama l’intera umanità. Il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamende, uccidendo tre persone e ferendone altre nove. Il 14 gennaio 2025 diversi uomini armati hanno aperto il fuoco su degli allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, uccidendo almeno quindici persone, tra cui otto bambini. La comunità islamica ha sofferto in molte città e in molti villaggi anglofoni, e ci sono state vittime musulmane in quello che è ormai noto come il massacro di Ngabur, nel quale nel 2020 sono stati uccisi 23 civili. Ringraziamo Dio perché questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa e continuiamo a cercare di amarci gli uni gli altri nonostante le nostre religioni diverse. Santo Padre ci aiuti ad avere la pace”, questo il triste racconto dell’Imam Mohamad Abubakar della Moschea Centrale di Buea.
“Da quando è iniziata questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con tanta paura e grande insicurezza. Il 14 novembre, mentre tornavamo da Bamenda a Elak-Oku, dove insegniamo nella scuola primaria, suor Mediatrix ed io siamo state rapite da alcuni uomini armati nei pressi di Baba 1 e portate nella boscaglia, dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti. Per tutti quei giorni e quelle notti non abbiamo dormito né mangiato. Siamo state spostate in moto da un posto all’altro, a volte all’una di notte per evitare di essere localizzati. Abbiamo iniziato uno sciopero della fame e abbiamo spiegato ai nostri rapitori che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e che non avevamo niente a che vedere con la politica. Hanno preteso che dessimo loro dei numeri di telefono per poter richiedere un riscatto. È stato un momento difficile per noi, perché, oltre a essere sballottate da un posto all’altro non potevamo né lavarci, né mangiare o bere acqua a nostro piacimento o addirittura dormire. A mantenere viva la nostra speranza è stato il Rosario, che abbiamo recitato in continuazione per tutti quei giorni”, le parole toccanti davanti al Papa di suor Carine Tangiri Mangu (Suora di Sant’Anna).
In Camerun c’è bisogno di pace e le parole del Papa fanno da balsamo a queste richieste.
“Vi ringrazio, perché – è vero! – sono qui per annunciare la pace, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero. Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace.Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. La vostra testimonianza, il vostro impegno per la pace, possono essere un modello per il mondo intero! ”, continua il Pontefice nel suo discorso alla comunità.
“In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso”, ne è convinto il Pontefice.
“Bamenda, oggi sei la città posta sul monte, splendente agli occhi di tutti! Fratelli e sorelle, siate il sale che dà continuamente sapore a questa terra. Non perdete il vostro sapore, neppure negli anni a venire! Custodite tutti i momenti condivisi che vi hanno uniti in questi tempi di dolore. Custodiamo questo giorno in cui ci siamo riuniti per lavorare per la pace! Siate come olio versato sulle ferite dei vostri fratelli e sorelle”, continua il Papa.
“I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali”, dice ancora Leone.
“La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come fratello e come sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura”, continua il Papa.
“Così il mio amato Predecessore ci ha esortati a camminare insieme, ognuno nella propria vocazione, allargando i confini delle nostre comunità, con la concretezza di chi comincia dal proprio lavoro locale per arrivare all’amore del prossimo, chiunque e ovunque sia. È la rivoluzione silenziosa di cui voi siete testimoni!”, conclude il Papa.
Al termine dell’incontro, un gesto davvero simbolico: il Papa accompagnato dai rappresentanti della comunità di Bamenda, libera 7 colombe in segno di pace. Il Papa ha coinvolto le migliaia di persone presenti all’esterno gridando “Pace!”. “Oggi il Signore ha scelto tutti noi come operai che portano la pace in questa Terra. Preghiamo tutti insieme il Signore affinchè la pace regni veramente tra noi. Che mentre liberiamo queste colombe bianche, simbolo di pace, la pace di Dio sia su tutti noi”, dice il Pontefice in lingua inglese.
La Messa a Bamenda
Nonostante il maltempo almeno ventimila persone si sono radunate sulle piste dell’aeroporto di Bamenda per partecipare alla celebrazione della Messa presieduta da Papa Leone XIV,appuntamento che conclude la seconda giornata del Pontefice in Camerun.
“Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio – ha detto Papa Leone nell’omelia – sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”.
“Tanti – ha ammesso il Papa – sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra: le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani. E alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo”.
“Tutto questo – ha ammesso il Pontefice – rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.
“Quando una situazione si è consolidata da tempo – ha osservato Leone XIV – il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento.Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.
Come gli Apostoli è necessario avere un coraggio “che si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.
“Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno – ha concluso – ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità. La consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio. E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.





