“La città rinasce non per l’operato di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo. In casi così drammatici, non è sufficiente nutrire buone intenzioni o affidarsi a un disordinato volontarismo. Per ricostruire è necessario acquisire occhi capaci di scorgere in una rovina il progetto di una casa e di una città. È il dono di uno sguardo profetico che sappia cogliere oltre le macerie qualcosa che nessuno ancora vede, uno sguardo che sappia discernere, dentro il male presente, il bene che è possibile e doveroso realizzare”. Lo ha detto il Papa, riferendosi al Libro di Neemia, ai delegati dei Comuni delle zone terremotate del Centro Italia.
Le zone colpite dal sisma di 10 anni fa – ha osservato Leone XIV – sono terre di santi, “che hanno saputo vivere queste due dimensioni e volgere storicamente il male in bene. L’esempio dei santi ci ricorda che la speranza, perché non rimanga un semplice auspicio, ha bisogno anzitutto di risposte tangibili e urgenti”.
“A dieci anni dal sisma, occorre impegnare ogni energia – ha ammonito – affinché la ricostruzione materiale avvenga nel minor tempo possibile, in sicurezza e in modo trasparente. Inoltre la speranza, per essere duratura, richiede prospettiva: deve individuare punti di riferimento che orientino il cammino”.
“Non si può ricominciare – ha concluso Papa Leone – senza prima ricostruire ciò che dà senso e fondamento a una comunità. Altrimenti tutto rimane disunito e si sfalda. Si tratta dunque di ripartire dal centro, di ripartire da Dio, dalle persone, dal bene comune, dalle relazioni. Allora la nostra speranza sarà fondata sulla roccia”.






