Dopo aver incontrato le autorità, la società civile e il corpo diplomatico del Camerun, papa Leone XIV arriva all’orfanotrofio Ngul Zamba di Yaoundé accolto da un vociare contento di bambini. Sorrisi, abbracci, canti di gioia: sono i bambini ospiti dell’orfanotrofio, volti segnati dal dolore che però oggi gioiscono per la venuta del loro Pastore. L’orfanotrofio Ngul Zamba è il cuore dell’impegno sociale delle Figlie di Maria. Da 40 anni, operativo, pronto ad accogliere, con vitto e dell’alloggio, i tanti bambini poveri o abbandonati: a loro offre un’educazione integrale, una struttura sanitaria e, soprattutto, il calore di un focolare cristiano.
Papa Leone XIV viene accolto dalla Superiora Generale della Congregazione delle Figlie di Maria che lo accompagna nella sala principale, dove sono presenti i bambini e gli operatori dell’orfanotrofio. Il papa ascolta, divertito, i vari canti di benvenuto. Applaude soddisfatto, sorride anche lui, rispondendo così ai tanti sorrisi dei bambini: colpiscono i colori, variopinti, presenti nella sala.
Solo dopo le note, arriva il momento delle parole della Superiora Generale che – dopo aver ricordato brevemente la storia delle Religiose Figlie di Maria di Yaoundé, congregazione diocesana fondata nel 1926 su iniziativa di monsignor François-Xavier Vogt e di monsignor René Marie Graffin, pionieri della Chiesa cattolica in Camerun – ringrazia il pontefice della sua venuta: “La sua presenza tra noi corona e consacra il nostro secolo di servizio missionario in otto diocesi in Camerun e in Ciad”. Parla del loro carisma che è “Sulle orme di Cristo, al servizio del povero e del piccolo”. E poi si sofferma, in particolare, sull’orfanotrofio “Ngul Zamba” che tradotto in italiano vuol dire “Forza di Dio”. Un nome, un programma.
Segue, allora, un altro canto che diviene preghiera: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”. E’ un versetto del salmo 27 quello che viene recitato. E, poi, un coro si estende in tutta la sala, commuove tutti. Commuove il pontefice. “Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te. Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi”, così cantano i bambini attorno al loro “padre”, “il Santo Padre”.
Poi, due toccanti testimonianze, semplici ma che colpiscono il cuore: quella di un operatore e di un’operatrice. Sono Panthaléon Patrice Etogo, insegnante, e Christine Awulbe, una cuoca dell’orfanotrofio. Panthaléon Patrice Etogo, oggi insegna qui, nell’orfanotrofio, ma un tempo era un alunno in questa casa. Il ringraziamento a tutto ciò che hanno operato in lui, le Figlie di Maria di Yaoundé. Alla fine, il suo presente da insegnante: l’impegno a promuovere una “educazione per tutti”, senza esclusione alcuna. La signora Awulbe, invece, si sofferma sull’importanza che ha avuto per tutto il centro, suor Marie Bernard Ekoumou Obe, Figlia di Maria di Yaoundé e fondatrice del Centro Comunitario, deceduta nel 2016: figura- simbolo per tutti, amata e ricordata sempre per il suo impegno con i bambini orfani.
Ed ecco, le parole del papa che conosce bene e che apprezza il grande lavoro delle religiose che con amore custodiscono questa casa in cui il Signore “vuole manifestarvi la sua tenerezza e stringervi al suo cuore, e anch’io desidero farlo, nel suo nome”. Si tratta di una vera “famiglia” – così la definisce papa Leone XIV – in cui vi sono “fratelli e sorelle che condividono con voi una storia dolorosa. E in questa famiglia il vostro Fratello maggiore è Gesù! Questa fraternità riunita attorno a Lui vi rende forti, vi aiuta a portare insieme i pesi della vita e vi fa sperimentare la vera gioia”. Lo sguardo del pontefice, allora, si amplia: parla di un “mondo spesso segnato dall’indifferenza e dall’egoismo”. Ed è allora che “questa casa ci ricorda che siamo tutti custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, e che, nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato, per quanto piccolo possa essere” precisa il pontefice.
Il papa si rivolge ai tanti bambini ospiti della struttura: vite segnate da “prove difficili” (così le definisce papa Leone XIV) perché alcuni “hanno conosciuto il dolore dell’assenza attraverso la perdita dei genitori o dei propri cari. Altri hanno sperimentato la paura, il rifiuto, l’abbandono, la mancanza, l’incertezza”. Ma queste ferite richiamano comunque – per il papa – “a un futuro più grande”: “Siete portatori di una promessa. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo”. E alla conclusione, il pensiero corre a tutti gli operatori della struttura: “Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio, una tenerezza fedele, che non viene meno nelle prove e non delude mai”.
Al papa viene donato, infine, un cuore di legno, intarsiato. E’ il cuore dei bambini che viene donato al pontefice. E il pontefice dona una statua di san Giuseppe che tiene in braccio il Bambino Gesù benedicente: in questo piccolo ma grande dono, lo specchio di tutta quella segnata infanzia dei bambini del mondo e tutta la paterna attenzione per loro espressa dal Vangelo e dalla Chiesa.
Al termine della visita, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione, papa Leone XIV si trasferirà in auto alla sede della Conferenza Episcopale Nazionale del Camerun per l’incontro privato con i Vescovi per poi raggiungere la Nunziatura Apostolica.






