Lo ammette con onestà. «Le divergenze ci sono», spiega l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Brian Burch. Divergenze fra Leone XIV e Donald Trump, in particolare su «come conciliare la politica Usa con la dottrina sociale della Chiesa», aggiunge. «Tuttavia la domanda da porsi non è se i due diventeranno amici, ma se ciò che il presidente sta cercando di realizzare e ciò che il Papa auspica per il mondo possa convergere. E la mia risposta è sì». Soprattutto Burch ripete che il primo Pontefice statunitense della storia «è profondamente americano», «nutre un sentito affetto e un assoluto rispetto per la sua terra natale», «conosce intimamente il Paese nonostante viva fuori da molti anni, lo comprende in maniera del tutto naturale, lo ama sinceramente». E, «laddove esistono distanze, ritengo che lui auspichi una maggiore collaborazione», afferma. Una “lettura” di Leone XIV che il diplomatico propone a un gruppo di giornalisti italiani dopo la visita del Papa nella sua residenza a Roma la serata di sabato scorso.
Era il 4 luglio, il giorno in cui gli Stati Uniti hanno celebrato i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza. «Il vice-presidente J.D. Vance, al momento della Messa di inizio pontificato, gli aveva proposto di venire a visitarci. Circa due mesi fa, gli ho rivolto l’invito a trascorrere con la mia famiglia il giorno della festa nazionale. E, un mese fa, ci è stato comunicato che il Papa aveva accettato». Notizia rimasta segreta fino all’ultimo momento. Nella dimora sul colle del Gianicolo Leone XIV «si è presentato da solo: ad accompagnarlo unicamente la Gendarmeria vaticana. Perché non era un bilaterale ma una visita personale», sottolinea Burch. Visita senza precedenti: mai un Papa – nell’ultimo secolo – si era recato nella residenza di un ambasciatore per una cena. «Un gesto di sincera vicinanza agli Stati Uniti», sostiene il diplomatico.
Arrivo alle 19.30. Foto con la famiglia composta dalla moglie Sara e da nove figli. «Poi l’aperitivo con un tagliere di salumi a tema bandiera americana», riferisce Burch. Quindi la conversazione su Chicago: città del Papa e di Burch. «La città delle nostre radici comuni», evidenzia. «Abbiamo scherzato sullo sport e sugli “White Sox”, la sua squadra di baseball del cuore. Ai miei figli ha raccontato l’origine della sua vocazione e la scelta di essere missionario. Poi ci ha riferito un episodio curioso: si è svegliato nella notte, ha controllato il risultato della partita dei Mondiali tra Argentina e Capo Verde che erano in parità e non è più riuscito a riaddormentarsi fino a quando non ha saputo come andava a finire». Capo Verde eliminato: succedeva fra venerdì e sabato. «Insomma, un Papa che usa lo smartphone, è interessato alle gare di calcio, ha ancora una carta di credito del Perù, mi ha raccontato. Una persona di straordinaria gentilezza, colta, spiritosa, estremamente informata su ciò che accade negli Usa e nel mondo intero». Ed ecco la cena. «Menù americano»: con insalata di anguria e feta, bistecche di manzo e hot dog alla Chicago. «“Ottimo cibo”, ha commentato il Pontefice. E conclusione con torta di mele, gelato e “Angel food cake” decorata con i mirtilli dai colori nazionali». Prima di iniziare, la benedizione. «Entrando nella sala da pranzo mi ha chiesto: “Facciamo all’italiana o all’americana?”. Perché gli italiani restano in piedi; gli americani, invece, normalmente si siedono e poi recitano la preghiera. Gli ho risposto: “Siamo in Italia”. Ha benedetto il cibo e pregato per il nostro Paese». Finale nel giardino. «I ragazzi hanno acceso le stelle scintillanti, visto che qui a Roma non possiamo lanciare i fuochi d’artificio. Abbiamo cantato l’inno “God Bless America” e il Papa lo ha fatto con noi. Quindi ha autografato alcune palle di baseball con la data: 4 luglio 2026”». Congedo alle 22. «Una visita piuttosto lunga», commenta Burch.
C’è un particolare che l’ambasciatore tiene a riferire sulla serata con Leone XIV. «Ha spiegato di non condividere il fatto che molto di ciò che dice o fa viene interpretato come una critica agli Stati Uniti». Ad esempio, la visita a Lampedusa, l’isola dei migranti, proprio sabato nel giorno dell’anniversario americano. «Mi ha assicurato che non era contro gli Usa, ma un appuntamento pastorale per richiamare l’attenzione sulla sfida globale delle migrazioni che non riguarda solo gli Stati Uniti e per invitare soprattutto l’Italia e l’Europa ad avere a cuore la sorte e la dignità dei migranti». Eppure, è l’obiezione dei giornalisti, Leone XIV nei messaggi che nelle stesse ore ha indirizzato al suo Paese ha detto di essere figlio di una nazione plasmata dai migranti e che «la difesa della vita umana implica anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati». «Gli Stati Uniti – replica l’ambasciatore – hanno sempre avuto una loro politica sull’immigrazione: con maggiore o minore rigore. Ciò che il presidente Trump sta affrontando è l’enorme afflusso di decine di milioni di migranti entrati nel Paese al di fuori dei canali legali durante l’Amministrazione precedente. Il Papa non sta affermando che accogliere i migranti significhi abdicare alle proprie leggi. Serve un equilibrio fra rispetto della dignità e diritto a proteggere i cittadini di uno Stato. Una nazione accoglie nella misura in cui ne ha la possibilità e in base a decisioni che spettano alla politica. Probabilmente il Pontefice ha espresso preoccupazione per alcuni specifici episodi dovuti all’applicazione delle norme: come ha osservato anche il vicepresidente, quando si fanno rispettare le leggi nei confronti di persone presenti illegalmente, è inevitabile che si verifichino casi complessi; e fermare o espellere una persona non è mai un’operazione piacevole. Il Papa richiama i principi generali, non commenta la politica migratoria degli Stati Uniti». (…)
Non c’è ancora in agenda il viaggio di Leone XIV nel suo Paese. La Santa Sede lo aveva smentito in modo netto quando era stato ipotizzato per il 2026. «Il Papa non vuole apparire eccessivamente filoamericano – è l’interpretazione di Burch –. Perciò ha deciso di non recarsi subito negli Usa: non perché abbia contrasti con il presidente Trump. Inoltre ha privilegiato altre visite per evidenziare l’universalità del suo ministero». L’ambasciatore ricorda la presenza di «molti cattolici nell’Amministrazione Trump» e il sostegno economico alle «iniziative caritative» come opportunità «per rafforzare i legami» con il mondo cattolico: così cita «il recente e importante finanziamento destinato a Catholic Relief Services per gli interventi umanitari in caso di calamità» o i «cento milioni di dollari stanziati per le organizzazioni solidali d’ispirazione religiosa». Dopo gli attacchi di Trump, Leone XIV aveva detto ai giornalisti che il nome di Dio non può «essere abusato». «Il Papa difende un principio generale – rimarca Burch –. Nel messaggio che ha inviato negli Usa per il 4 luglio ha manifestato apprezzamento per i sacrifici compiuti dagli americani nella seconda guerra mondiale: anche suo padre vi ha preso parte come soldato in Europa. Gli Usa non combattono guerre religiose e non mirano ai civili, come invece ha fatto l’Iran». In ogni caso avverte: «Talvolta l’esercizio della forza americana è necessaria a costruire condizioni giuste». Infine i cristiani perseguitati. «E’ una tragedia che la presenza cristiana in Terra Santa si sia così ridotta. Perché torni a crescere servono stabilità politica e pace: è ciò che vuole il presidente Trump».
Estratto dell’articolo di Giangiacomo Gambassi per Avvenire