Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Il sole e la luna s’oscurarono alla morte del Salvatore, riconoscendo il loro creatore, con dar segno di mestizia, quanto maggiormente dovrebbe l’uomo, per la cui salute morì, compatire il suo redentore! (III 191).
Per mestizia intendiamo un sentimento di sofferenza dell’animo, che traspare anche all’esterno, causato non tanto da un dolore fisico in atto, quanto piuttosto dal pensiero o presentimento che qualcosa di doloroso ci dovrà accadere. In questo senso, per fra Tommaso, anche Gesù come uomo provò mestizia attraversando i luoghi della sua futura passione, perché come Dio sapeva quale sarebbe stato il suo futuro; ma anche il contemplativo può avere tali manifestazioni [→ Tristezza].
«O ineffabile regina, mentre così camminaste [per Gerusalemme] portando nelle braccia quel caro puttino, non lo vedesti alle volte mutarsi in faccia mostrando mestizia? E chi sa, ah, cara Maria, che come quel caro Figliolo di Dio, vedendo quei luoghi dove doveva patire tanti dolori, che, come uomo vero qual era, non mostrasse mestizia, perché, sebbene era Dio, era anche uomo. E però voglio anche piamente credere che mostrasse esteriormente qualche segno di mestizia con mutarsi in faccia o altro moto» (I 169). «Le creature insensibili mostrarono pietà e tutte le cose del mondo si attristirono nella morte del Salvatore; le anime stesse sentirono mestizia, se bene non sapevano la causa, e tu, o anima, sola tra tutte le creature sei scordevole del tuo Dio? Compatisci, piangi, sospira, non esser da meno dell’altre creature» (I 408), «o sarai forse più dura delle fiere? (I 254).
«Siccome mentre sarà in estasi, mostrerà nell’esterno ora mestizia e dolore, ora giubilo e allegrezza, secondo le viste, le visioni e rivelazioni che Iddio suol fare in tale stato; questa estasi è da pochi, sì come ancor pochi sono i perfetti amici di Dio» (II 603). «Queste estasi si fanno in diversi modi: ora mostrano allegrezza e giubilo, altre volte mostreranno dolore e pianto, e questo nasce dall’apparizioni che gli fa Dio: perché Iddio ora gli rivela cose di mestizia, ora cose d’allegrezza» (II 607); e ancora: «Alcune volte mostreranno di fuori gran mestizia con abbondanti lacrime e altre volte ineffabile allegrezza, e questo gli accadrà secondo che sarà stato l’oggetto che si avrà in contemplazione» (II 608), perché «vedranno come se fossero presenti […] gli oggetti che contempleranno o di mestizia o d’allegrezza» (II 250).





