Il Papa saluta l’Algeria e ricorda la sua lunga storia che ha avuto anche periodi dolorosi. “L’Algeria è un Paese grande, dalla storia lunga e ricca di tradizioni, fin dai tempi di sant’Agostino e ben prima. Una storia dolorosa – ha sottolineato Leone nel suo primo discorso, al Monumento dei Martiri -, anche, segnata da periodi di violenza, che però, proprio grazie alla nobiltà di spirito che vi caratterizza, e che sento viva anche adesso, qui, avete saputo superare, con coraggio e onestà”. “Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione”, ha aggiunto il Papa.Sono ancora una volta un appello alla pace le prime parole pronunciate dal Papa in Algeria. “Dio desidera per ogni nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità”.
Per questo serve il “perdono”, ha detto Leone XIV. Quindi ha aggiunto: “So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace” e “la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola”.
“In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo”, ha detto ancora il Papa. Il Pontefice ha dunque sottolineato l’importanza della fede e rivolto agli algerini, al 98 per cento musulmani, ha detto: “Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli dell’unico Dio”.
L’incontro con le autorità algerine
Segno di una cultura dell’incontro e della riconciliazione. Esplicito è Leone XIV sul senso profondo della sua presenza in terra algerina dove oggi, 13 aprile, è approdato. Parole chiave che, di fronte alle autorità, ai rappresentanti della società civile e al corpo diplomatico del Paese magrebino riunite nel Centro convegni Djamaa el Djazair, scandisce e ripete – dopo quelle pronunciate nell’omaggio al monumento dei martiri Maqam Echaid e, prima ancora, durante il volo rispondendo ai giornalisti –, in un’ampia riflessione ispirata non solo dalla storia della regione. Essa, infatti, è inevitabilmente intrisa delle apprensioni per un mondo attraversato da scontri, “continue violazioni del diritto internazionale” e “tentazioni neocoloniali”, preoccupazioni che chiamano in causa l’esercizio dell’autorità come servizio per la giustizia, l’uguaglianza e l’inclusione e una pratica religiosa mai scissa dalla pietà, che rifiuta ogni forma di fondamentalismo.
L’arrivo nella sala polivalente, dopo la visita di cortesia al Presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune, ha luogo con quasi un’ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia del viaggio. Circa 1400 le persone qui radunate, al cospetto del Successore di Pietro e del Capo dello Stato che indirizza un lungo saluto al Pontefice. Giustizia sociale, pace, libertà, dialogo e coesistenza: sono i valori “unificanti”, la base “solida e condivisa” per una “disponibilità totale e incrollabile” da parte dell’Algeria, afferma Tebboune, a proseguire la “stretta cooperazione” con la Santa Sede”. Guardando all’instabilità degli scenari geopolitici internazionali, esprime apprezzamento per gli sforzi compiuti per la pace da Leone XIV, e considera “coraggiosa” la posizione assunta dal Pontefice di fronte alla tragedia di Gaza e alle tante sofferenze patite dai palestinesi. Si unisce così alla voce del Papa “nel chiedere sicurezza e una pace durature nella regione del Golfo, e perché il Libano superi le prove ingiuste che continua a sopportare”.
I veri forti sono le persone umili e giuste
Fin dalle prime battute del discorso del Papa, viene esaltato il “profondo senso religioso del popolo algerino” che, si sottolinea, è “il segreto di una cultura dell’incontro e della riconciliazione”. Popolo che, osserva il Papa, ha sempre cercato la pace, così come il mondo oggi la “desidera ardentemente”. Quando si vuole la concordia, ci si adopera per il bene comune, ed è quanto innerva la vita quotidiana degli algerini abituati a mettere in campo accoglienza e solidarietà. Il Pontefice lo riconosce, mostrando di ammirarli, gente umile e giusta – sembra riecheggiare il canto del Magnificat -, a cui è riservata la vera fortezza, a dispetto di quella imposta dai canoni urlati e individualisti del tempo presente. “Sono loro i forti – dice il Successore di Pietro -, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo”. È questo il tessuto sociale che fortifica l’armonia tra popoli e culture:
In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Oggi la semplicità di questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse.
La religione senza pietà è uno scandalo
È un “dovere sacro” quello dell’ospitalità. Nelle comunità arabe e berbere è un valore spiccato, e Leone lo ha sperimentato, anche in occasione delle visite che in questa nazione effettuò a motivo dei suoi incarichi nell’ordine agostiniano, nel 2001 e nel 2013. Ricorda, per esempio, la pratica diffusa dell’elemosina, manifestazione di una attenzione sincera verso l’altro, diventata rara in molti contesti sociali pervasi da indifferenza e avidità. È la logica della sopraffazione che il Papa intende far scardinare, sia nell’ambito delle relazioni interpersonali che a livelli internazionali: “Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri – questo l’Africa lo sa bene – distruggono il mondo”. Dominio, parola su cui torna più avanti nel discorso, capovolgendola alla luce evangelica. Intanto, la messa a fuoco di un paradosso emblematico:
Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione.
Violazioni del diritto internazionale e tentazioni neocoloniali
Papa Leone, lo aveva fatto anche visitando la Türkiye, evoca anche una sorta di contributo stabilizzatore del Paese che possa incidere, con un magis di giustizia, anche sugli equilibri mondiali: “Se saprete entrare in dialogo con le istanze di tutti e solidarizzare con le sofferenze di tanti Paesi vicini e lontani”. Ed ecco il cuore del messaggio del Pontefice, che mostra di contrastare inequivocabilmente le posture belliciste del momento presente, come ha espresso stamani ai cronisti che lo accompagnano in questo lungo viaggio apostolico in Africa: “Io non ho paura dell’amministrazione di Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora”:
Non moltiplicando incomprensioni e conflitti, ma rispettando la dignità di ognuno e lasciandovi toccare dal dolore altrui, potrete infatti diventare protagonisti di un nuovo corso della storia, oggi più urgente che mai, a fronte di continue violazioni del diritto internazionale e di tentazioni neocoloniali.
L’autorità non per dominare ma per servire
Ricorrono le citazioni dei predessori: Benedetto XVI quando, nella sua enciclica Caritas in veritate, parla del rischio di acuire le disuguaglianze socio-economiche se manca la capacità di redistribuire le ricchezze; Francesco, quando nell’enciclica Fratelli tutti, indica il necessario cambiamento di prospettiva – dalle periferie – per comprendere meglio le contraddizioni del Sud globale e decidere di coinvolgere “gli esclusi” nella costruzione del “destino comune”. Torna qui il concetto illuminato dell’esercizio del potere a cui deve concorrere anche la Chiesa cattolica, “ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente”.
Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo. L’azione politica trova quindi il suo criterio nella giustizia, senza la quale non vi è pace autentica, e si esprime nella promozione di condizioni eque e dignitose per tutti.
Mare e deserto ridotti a cimiteri, moltiplicare le oasi di pace
Un lungo approfondimento, con chiari moniti politici e profondi echi spirituali, è dedicato da Leone alle sorti del Mediterraneo e del Sahara, “immensi tesori di umanità” e di cultura, ridotti a “cimiteri”. Se solo si tiene conto, per esempio, che oltre tremila persone sono morte nel 2025 per raggiungere la Spagna dall’Africa occidentale, si ha idea di quanto sia improcrastinabile il cambio di corso appena evocato. Il Pontefice insiste sugli “illeciti guadagni” degli speculatori sulla vita umana, sottolinea che la dignità è “inviolabile”, esorta a unire forze, intelligenze e risorse perché terra e mare siano “luoghi di vita” e “meraviglia”.
Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui!
Educare a libertà, dialogo, guarigione della memoria
Il Papa si sofferma infine sulle opposte derive – fondamentalismo e secolarizzazione – che possono essere innescate dalle tensioni tra senso religioso e vita moderna. Mette in guardia dalla perdita del senso autentico di Dio, invita a evitare un uso del linguaggio violento che mina i simboli del sacro e che proietta solo a un “mercato dei consumi che non saziano”. C’è tuttavia posto a un cambio di passo, sostiene Leone XIV, se si usa “intelligenza”, visione, per superare quelle che definisce “assurde polarizzazioni”. Cruciale è il lavoro sulla “guarigione della memoria”, la via che lenisce ferite, smussa ostilità incancrenite.
L’incontro con la comunità algerina
Basilica di Nostra Signora d’Africa (Algeri)
Il discorso del Santo Padre
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli nell’episcopato,
Cari sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose,
amati figli della Chiesa in Algeria!
È con grande gioia e affetto paterno che vi incontro oggi, voi che siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede.
La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori. Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto.
Siete anche eredi di una tradizione ancora più antica, che risale ai primi secoli del cristianesimo. In questa terra è risuonata la fervida voce di Agostino di Ippona, preceduta dalla testimonianza di sua madre, Santa Monica, e di altri santi. La loro memoria è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace.
A tutti voi, carissimi, e a coloro che, non potendo essere presenti, seguono a distanza questo incontro, esprimo la mia gratitudine per l’impegno quotidiano con cui rendete visibile il volto materno della Chiesa. Ringrazio Sua Eminenza per le parole che mi ha rivolto, e anche Rakel, Ali, Monia e Suor Bernadette per ciò che hanno condiviso. Alla luce di quanto abbiamo ascoltato, vorrei che ci fermassimo a riflettere assieme su tre aspetti della vita cristiana che ritengo molto importanti, in particolare per la vostra presenza qui: la preghiera, la carità e l’unità.
Prima di tutto, la preghiera. Tutti ne abbiamo bisogno. Lo sottolineava San Giovanni Paolo II, parlando ai giovani: «L’uomo – diceva – non può vivere senza pregare, come non può vivere senza respirare» (Incontro con i giovani musulmani a Casablanca, 19 agosto 1985, 4). Presentava così il dialogo con Dio come un elemento indispensabile non solo per la vita della Chiesa, ma per quella di ogni persona. Lo aveva capito anche San Charles de Foucauld, che nell’essere presenza orante aveva riconosciuto la sua chiamata. Scriveva: «Io sono felice, felice di essere ai piedi del SS. Sacramento a tutte le ore» (Lettera a Raymond de Blic, 9 dicembre 1907) e raccomandava: «Pregate molto per gli altri. Consacratevi alla salvezza del prossimo con tutti i mezzi in vostro potere, preghiera, bontà, esempio» (Lettera a Louis Massignon, 1 agosto 1916).
In proposito Ali, parlando della sua esperienza di servizio a Notre Dame d’Afrique, ci ha detto che molti vengono qui per raccogliersi in silenzio, presentare e raccomandare le loro preoccupazioni e le persone che amano e incontrare qualcuno disposto ad ascoltarli e a condividere i pesi che portano nel cuore, e ha notato come tanti ripartono sereni e felici di essere venuti. La preghiera unisce e umanizza, rafforza e purifica il cuore, e la Chiesa in Algeria, grazie alla preghiera, semina umanità, unità, forza e purezza attorno a sé, raggiungendo luoghi e contesti che solo il Signore conosce.
Un secondo aspetto della vita ecclesiale su cui vorrei soffermarmi è quello della carità. Ce ne ha parlato, in particolare, Suor Bernadette, condividendo la sua esperienza di aiuto ai bambini con disabilità e ai loro genitori. In ciò che ha detto, cogliamo il valore della misericordia e del servizio non solo come sostegno ai più fragili, ma soprattutto come luogo di grazia, in cui chiunque si lasci coinvolgere cresce e si arricchisce. Suor Bernadette ci ha raccontato come da un semplice, iniziale gesto di vicinanza – la visita ai malati – sono nati, come germogli, prima un sistema di accoglienza e poi un’organizzazione assistenziale sempre più articolata, una vera comunità in cui tantissime persone partecipano agli eventi gioiosi e a quelli dolorosi, uniti da legami di fiducia, amicizia e familiarità. Un ambiente così è sano e risanante, e non stupisce che, in esso, chi soffre trovi le risorse necessarie per migliorare la propria salute, portando al tempo stesso gioia agli altri, come nel caso di Fatima.
Del resto, è proprio l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia (cfr 2Tim 1,12). Per tutti, citiamo le parole semplici di Fratel Luc, l’anziano monaco medico della comunità di Notre-Dame de l’Atlas. Di fronte alla possibilità di partire e di mettersi in salvo da potenziali pericoli, a costo però di abbandonare i suoi pazienti e amici, egli rispondeva: «Io voglio restare con loro» (C. Henning – T. Georgeon, Fratel Luc di Tibhirine. Monaco, medico e martire, Città del Vaticano 2025, Introduzione), e così ha fatto. Papa Francesco, nel ricordare lui e tutti gli altri, in occasione della Beatificazione, diceva all’Angelus: «La loro coraggiosa testimonianza è fonte di speranza per la comunità cattolica algerina e seme di dialogo per l’intera società. Questa Beatificazione sia per tutti uno stimolo a costruire insieme un mondo di fraternità e di solidarietà» (8 dicembre 2018).
E veniamo così al terzo punto della nostra riflessione: l’impegno a promuovere pace e unità. Il motto di questa visita sono le parole di Gesù risorto: «La pace sia con voi!» (cfr Gv 20,21), e in un’immagine tratta dai mosaici di Tipasa si legge: “In Deo, pax et concordia sit convivio nostro”, che potremmo tradurre: “In Dio, possano la pace e l’armonia regnare nel nostro vivere insieme”. Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini (cfr At 2,42-47), per desiderio stesso di Gesù (cfr Gv 17,23) che ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”» (Gv 13,35). Sant’Agostino, in proposito, affermava che la Chiesa «partorisce popoli, ma sono membra di uno solo» (Sermo 192, 2) e San Cipriano scrive: «Il sacrificio più grande per Dio è la pace che regna tra noi, la nostra concordia di fratelli e il fatto di essere un popolo riunito nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (La preghiera del Signore, 23). È bello, oggi, sentire tanta ricchezza di parole e di esempi trovare eco in ciò che abbiamo ascoltato.
Ne è segno, come ci ha ricordato Sua Eminenza, questa stessa basilica, simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. Qui l’amore materno di Lalla Meryem raccoglie tutti come figli, ciascuno ricco della sua diversità, accomunati dalla stessa aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace. Figli desiderosi di camminare insieme, di vivere, pregare, lavorare e sognare, in una fede che non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere una vera fraternità, come ci ha detto Monia, e come ha testimoniato Rakel, condividendo la sua esperienza nella Tlemcen Fellowship. In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà.
Una parte considerevole del territorio di questo Paese è occupata dal deserto, e nel deserto non si sopravvive da soli. Le asperità della natura ridimensionano ogni presunzione di autosufficienza e ricordano a tutti che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e che abbiamo bisogno di Dio. È la fragilità riconosciuta che apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umana è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera.
Perciò, fratelli e sorelle carissimi, vi incoraggio a continuare il vostro lavoro in Terra algerina, come comunità di fede coesa e aperta, presenza della Chiesa «sacramento universale di salvezza» (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48). Grazie per tutto ciò che fate, per la vostra preghiera, per la vostra carità, per la vostra testimonianza di unità. Vi assicuro il mio ricordo al Signore e, affidandovi a Maria Notre Dame d’Afrique, vi benedico di cuore.





