Si intitola ‘Arte sacra nelle chiese. Criteri di intesa tra committenza e artisti’ il libro scritto dall’architetto padre Andrea Dall’Asta, direttore della ‘Galleria San Fedele di Milano’ e della ‘Raccolta Lercaro’ di Bologna, e dall’architetto Claudia Manenti, docente di ‘Introduzione all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario Regionale di Bologna e direttore del Centro studi per l’architettura sacra della fondazione ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Il volume ricorda che nel Novecento l’alleanza antica che avvicinava gli artisti alla committenza ecclesiale è venuta a mancare e spesso alle straordinarie immagini della tradizione si sono sostituiti dilettanteschi lavori di artigianato o immagini prodotte serialmente.
Quindi la profesoressa Claudia Manenti ha raccontato quale è stato il bisogno di scrivere un libro sull’arte sacra nelle chiese: “Attraverso queste pagine io e Andrea Dall’Asta comunichiamo le riflessioni maturate nell’ambito della proposta dei ‘percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’ nella quale abbiamo lavorato con gli artisti cercando di consentir loro una appropriazione del ‘sentire’ artistico e spirituale della Chiesa cattolica”.
Ancora esistono criteri d’intesa tra committenza ‘cristiana’ ed artisti?
“Purtroppo oggi la relazione tra mondo dell’arte e comunità ecclesiale è quasi inesistente. Gli artisti di talento non conoscono i cardini su cui si fonda il ‘credo’ cristiano, mentre sacerdoti non sono più i massimi esperti di arte e sia loro, sia le comunità non sono più, come invece era in passato, i principali committenti del mondo artistico. Oggi la cristianità si rifugia in immagini standardizzate in vetroresina o in melense statuine che nulla hanno dell’intensità profonda dell’arte. L’arte vera, infatti, scava, disturba, interpreta con sentire universale la forza dell’Amore crocifisso e risorto”.
La Chiesa ha ‘rinunciato’ alla riflessione su come annunciare la bellezza dei misteri della fede?
“Trovare una nuova intesa con gli artisti come auspicato da papa san Paolo VI e poi dai successivi pontefici necessita di azioni che impegnino a un nuovo dialogo. Sono percorsi difficili, che richiedono preparazione e impegno, ma sono fattibili e vitali. Nel momento nel quale si fa conoscere agli artisti la profondità della spiritualità cristiana, questi ne avvertono la portata e sanno interpretarla facendo passare il loro vissuto per quella ‘porta stretta’. Questo non vuol assolutamente dire che bisogna imporre e stravolgere il linguaggio con il quale ciascun artista di esprime, ma semplicemente offrire a chi lo desidera una via di contatto con la spiritualità cristiana, lasciando poi massima libertà nel quando e come ogni artista si rapporta e si rapporterà alla fede nel Risorto”.
Di quali simboli della contemporaneità l’arte deve tenere conto per comunicare la fede?
“I duemila anni di cristianesimo sono ricchissimi di simboli che son ancora oggi attuali, ma il punto di partenza nel comunicare la fede non deve essere il simbolo, quanto il credere che l’interpretazione artistica autentica e di valore sia quella che parla della vita e della morte in termini concreti e sinceri, che parla, quindi, del Dio che si è fatto uomo. L’arte non è un veicolo attraverso cui parlare delle verità cristiane. Questo lo può fare qualsiasi immaginetta dei santini. L’arte è essa stessa manifestazione. Se intrisa di umanità e di tensione al divino l’arte stessa manifesta la forza del Risorto”.
Quali segni di speranza può trasmettere l’arte?
“L’arte non ‘trasmette speranza’. L’arte manifesta una realtà che è quella dell’esperienza di incontro con il Cristo. Realtà personale e universale. Se l’artista ha percepito anche solo brevemente la potenza dell’incontro con Cristo, o anche solo il senso di dolore, di amore, di gioia, di vita di cui parlano le pagine della Scrittura, la sua opera non può non essere intrisa del desiderio che quell’incontro ha generato”.
L’arte può essere ‘censurata’?
“Ci sono espressioni pseudoartistiche che andrebbero eliminate dalle nostre chiese perché trasmettono l’idea che il cristianesimo sia un’esperienza facile, banale, inutile. Ci sono immagini che andrebbero eliminate perché, anche se fatte bene dal punto di vista tecnico, comunicano messaggi antitetici a quelli cristiani. Ci sono immagini facilmente decifrabili che vengono scambiate per arte da un clero spesso con poca o nulla preparazione in fatto di arte. Guardando al passato, le opere che ci hanno tramandato chi ha vissuto l’esperienza cristiana prima di noi e che sono ancora riconosciute come capolavori sono opere forti, intense, profondamente intrise dell’amore e del dolore di Cristo. A queste dobbiamo guardare e, possibilmente ritornare con i linguaggi e le espressioni della contemporaneità”.





