La prima lettura, dagli Atti, ci mostra una fotografia impietosa, estremamente attuale, della compagine dei primi cristiani. Noi e loro. Oggi, come allora. Il rifiuto dell’altro, nel sospetto che mi tolga qualcosa, nel dubbio che il mondo non sia abbastanza per tutti. La soluzione non è “a casa loro”, bensì, almeno per la chiesa primitiva, è chiaro che l’unica opzione cristiana sia moltiplicare gli sforzi, affinché nessuno rimanga escluso. C’è una sollecitudine della Chiesa, al di là delle molte pecche che si possono scorgere, che dice della sua origine: è solo avendo negli occhi il Pastore bello (che ci mostra il Vangelo di Giovanni), che si può comprendere la diaconia della chiesa nei confronti di chi si trova in affanno, materiale o spirituale.
Le invidie greche
Gerusalemme, I secolo. La chiesa, appena nata, non è stata risparmiata dalle difficoltà. I rapporti con le autorità giudaiche, che – del resto – avevano chiesto la crocifissione di Gesù, non sono mai stati semplici, né lineari. Ben presto, la fatica organizzativa emerge: nel tentativo di far fronte, contemporaneamente, sia alle esigenze della predicazione che di quelle della carità. Le invidie per le vedove greche, che appaiono in secondo piano rispetto a quelle giudaiche, sono l’occasione per meglio pianificare l’azione ecclesiale.
Una patria particolare
Risiedono poi in città sia greche che barbare, così come capita, e pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. Come tutti gli altri uomini si sposano ed hanno figli, ma non ripudiano i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il letto.
(Epistola a Diogneto, cap. 5)
Questo brano della “Lettera a Diogneto” aiuta a far emergere una peculiarità tipicamente cristiana. Al contrario di altre religioni, che si connotano come culti locali, il cristianesimo, sin dai suoi albori, si dimostra, al contempo, da un lato universale, dall’altro, pienamente incardinato nelle società civili dell’epoca.
A casa loro?
Le questioni civili non hanno mai risparmiato la Chiesa. L’impatto con la politica e la società di ogni epoca, con le sue sfide, rimane un interrogativo attuale per la chiesa di ogni tempo. Alla luce di quanto emerge con evidenza dalla Lettera a Diogneto, è chiaro che nessuna soluzione semplicistica avrebbe potuto essere accolta. Né la diminuzione dell’impegno ecclesiale, né la sua semplificazione (scegliere tra predicazione e carità). Era necessario rimanere integri, cioè cattolici: se Dio è amore, la predicazione stessa diventa opera di carità, ma, al contempo, risulta insufficiente, a fronte dell’indigenza economica, specie quando questa lede la dignità personale.
La diaconia come risposta
Ecco, quindi, la nascita della diaconia. Senza nulla eliminare, al contrario: aumentano gli uomini al servizio del Vangelo. Mentre gli apostoli si occupano della predicazione, i diaconi ne sono il supporto nella distribuzione della carità a chi si trovi in stato di necessità (le vedove, a quell’epoca, rappresentano, sia simbolicamente che concretamente, una situazione di costante fragilità).
L’unica eisposta possibile, al nascere dell’invidia, è moltiplicare il servizio, la carità, la disponibilità a servire, imitando Gesù nella lavanda dei piedi.
I piedi belli
Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».”
(Is 52, 7)
L’annuncio del Regno e l’invito a credere in Gesù Cristo, il Figlio del Padre, risorto, per la potenza dello Spirito, dopo aver sofferto la passione, sono fatiche che necessitano della disponibilità di essere i “piedi” del messaggio evangelico. E, in realtà, ancora oggi, nonostante i mezzi di trasporto continuino a moltiplicarsi, la disponibilità a spostarsi, per incontrare un volto, rimane il modo più efficace affinché il Verbo si faccia carne, ancora una volta, tra le pieghe delle nostre storie quotidiane. Nonostante l’utilità del digitale, sotto molti punti di vista, niente può sostituire la presenza di un volto, che sa raccontare Cristo attraverso il farsi prossimo, dedicando tempo all’ascolto attento e silenzioso, sollecitudine alle necessità dell’uomo e della donna feriti dalla vita. Ecco perché, al di là della loro estetica, i piedi degli araldi del Regno rimangono belli, di quella bellezza che risiede nella fatica, nella pazienza, nella perseveranza. Parole che paiono ormai anacronistiche, ma senza le quali termina la possibilità di intessere relazioni significative, anche all’interno dei contesti più quotidiani.
Il pastore bello
L’attenzione, la sollecitudine, la carità dell’immagine bucolica giovannea aiuta a far sì, che, anche nella storia dell’arte, Gesù assuma il ruolo iconografico del “pastore”. E, sulla scorta della cultura greca, in quest’immagine si uniscono bellezza e rettitudine. La bellezza diventa un connotato – morale e carismatico – che rende riconoscibile Cristo. Che, ancora oggi, si rende presente, nel mondo, tramite la sua chiesa, che serve il prossimo, che predica, che cerca, che si fa attenta al cuore dell’uomo e che va a cercare coloro che, nella vita, si sentono persi. Senza idealizzare la chiesa che, sulla scorta di Lumen Gentium 8, si identifica, contemporaneamente, come “assemblea visibile” e “comunità spirituale”[1] e mantiene le contraddizioni e le fragilità umane, nello sguardo rivolto a Cristo Pastore, può vedere quale sia la sua chiamata più profonda, per tutti e per ciascuno, secondo il proprio stato di vita e il proprio carisma peculiare.
Casa nostra…
Se siamo figli di un unico Padre, in Cristo, l’unico Pastore, in virtù del quale ogni altra immagine, compito o ruolo ecclesiale si modella, in lui possiamo anche comprendere l’esperienza di una fraternità, in nome della quale il fratello mi coinvolge e nessuna esperienza umana può considerarsi aliena. In nome di questo non esistono contrapposizioni, fisiche o ideologiche. Non esistono confini, in senso stretto. La difficoltà dell’altro mi interpella, sempre. Perché casa nostra è il mondo intero. E i suoi abitanti non possono essere solo fantocci senza volto, che la mia mente ha deumanizzato per sua comodità.
Il pastore bello, che cerca proprio la pecora fuggita, è un pungolo, che invita a non fare sempre e solo le scelte comode, ma iniziare a lasciar scavare nel nostro animo anche gli interrogativi scomodi, che ci chiedono di rivedere le nostre certezze.
Testo e foto: Sulla strada di Emmaus
Rif. letture festive ambrosiane, nella IV domenica di Pasqua





